30/05/18

Il mio primo fan


Oggi all'una è suonato il campanello a casa Agosti. 
Chi osa così dissacrare il solenne momento del pranzo familiare?
È il postino, che ci consegna la prima croccante copia del mio romanzo, Non torno subito, ordinato due giorni fa su Amazon.

Che emozione! Poter toccare con mano 5 anni di lavoro e il sogno di una vita.
A ordinare la copia è stato mio padre, il mitico Bruno Agosti, colui che un giorno mi raccontò di un tale che mise un cartello alla porta del suo negozio in centro a Reggio Emilia e sparì senza spiegazioni per diversi anni. Da lì è nata l'idea per il "Torno subito", il negozio di molle di Pernovo, fulcro delle vicissitudini dei miei personaggi.
L'involucro del libro è rimasto incolume fino al termine dell'inviolabile pasto a tavola cucinato da mamma Lucilla (ora rinominata nonna visto l'ingresso nel nucleo familiare di baby Luna) e composto da primo, secondo, contorno, formaggi, frutta e noci, lambrusco e liquorino digestivo. Niente di strano, direte voi, ma per me che vivo sperduta tra i boschi canadesi e sono costretta a una dieta di pomodori di plastica e lattuga da dieci dollari a foglia, per di più cucinata da me medesima che sono negata ai fornelli, il trovarmi di fronte a tortelli e scaloppine è un'esplosione di ghiandole salivari accompagnata dal rilascio istantaneo di endorfine del piacere.
Una volta satolli, è poi finalmente arrivato il grande momento dello scarto del libro, duecentosettanta pagine di distillato di fantasia e sudore. La copertina è bellissima, con l'immagine ideata da Chiara Ferretti, la stessa fantastica amica artista che ha disegnato il logo del deagostibus che vedete qui sopra. La casa editrice, goWare, mi ha accontentato in tutto e per tutto e ha perfezionato lo schizzo aggiustando colori e misure.



Dentro c'è il mio nome e la mia foto e mi emoziono nel vedermi sorridente, fresca di trucco e parrucco ad opera di Jenni Peters e immortalata dall'obiettivo di Samantha Haines.


Dopo la dedica, poche righe rubate a una canzone che descrive la mia anima, parte il primo capitolo. Vedo nero su bianco quelle parole che ho scritto e riscritto, gettato e rigettato, spostato e odiato fino a quando mi sembravano perfette e che ora comunque mi sembrano manchevoli, insufficienti perché so che sono così importanti nel determinare se il lettore proseguirà nella lettura ed è una tale responsabilità per poche stringhe di vocali e consonanti. Ora però sono là fuori e tutto quel che posso fare è aspettare e sperare di ricevere tanti commenti e tante recensioni. Belle o brutte che siano, quel che conta è la visibilità, giusto? Se saran belle scriverò contenta, se saran brutte scriverò meglio. Eh già, perché sono già all'opera per pubblicare al più presto altri due romanzi. 
Per oggi però mi godo un (vero) gelato e vi scrivo per condividere con voi, miei fedeli compagni di viaggio, la pura gioia che provo nel vedere mia madre giocare con mia figlia e mio padre seduto in poltrona da tre ore filate con in mano la copia del mio primo romanzo. 


Se vi va di dare un'occhiata all'estratto del mio libro, lo trovate QUI.

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PS: Ma dov'è finito il buon Neil? Povero lui, è rimasto in Canada a lavorare mentre noi ce ne stiamo qui a festeggiare! Se non fosse stato per il suo incrollabile supporto alla "YES, YOU CAN" non so se ci sarei arrivata in fondo. Lui che non potrà nemmeno leggere il libro finché non sarà tradotto in inglese, è ed è sempre stato il mio primo fan. 

13/05/18

Come si comincia un romanzo?

Bentrovati carissimi,

mentre il mio primo romanzo abbandona il suo bozzolo di file Scrivener per rinascere ebook nelle mani della casa editrice io riprendo in mano i manuali di scrittura e mi getto a capofitto con gran entusiasmo in una nuova avventura. 

In questi cinque anni dedicati a Non torno subito ho scritto altre cose, mi sono segnata ogni idea, ho giocato con personaggi memorabili, ho analizzato le descrizioni dei libri che leggevo e ho impostato due romanzi, completamente diversi tra loro.
Il primo è una favola alla Tim Burton, avulsa da ogni schema, molto difficile da scrivere perché ambientata in un mondo completamente inventato. Ve ne avevo già parlato qui, dopo essermi innamorata de "La meccanica del cuore" di Mathias Malzieu. In questi anni la trama si è aggrovigliata e i personaggi hanno preso colore e ora muovono i primi passi incerti.
Il secondo è una storia quotidiana, con una protagonista comune, in cui non succede nulla. Che noia, direte voi. Eppure se mi riuscirà di sviluppare le psicologie dei personaggi come intendo ne potrebbe uscire un ottimo risultato. Un po' come fa Charlotte Link in Giochi d'ombra, un giallo che mette qualche personaggio in una stanza e non li lascia uscire finché non si scopre il colpevole. Un altro esempio è Il bordo vertiginoso delle cose di Gianrico Carofiglio, in cui uno scrittore insoddisfatto ripensa alla sua vita dopo aver letto un articolo sul giornale.

Intendo portare avanti entrambe le idee contemporaneamente, tenendo a mente un lettore ideale intelligente e un po' avventuroso. Ora sono curiosa di vedere dove mi porterà la mia fantasia, schiacciata da tanto tempo passato a revisionare e ri-revisionare e lucidare quella prima stesura che mi aveva divertito tanto. Lascerò il mio emisfero destro libero e scatenato e stavolta non metterò paletti perché per fortuna le basi per scrivere un romanzo hanno fondamenta ben salde nel mio emisfero sinistro. 

Detto questo, è sempre bene ripassare i consigli dei grandi scrittori, per cui oggi voglio rivedere con voi la sezione dedicata all'inizio del romanzo del manuale Beginnings, middles and ends di Nancy Kress. Il primo capitolo di un romanzo deve essere un fuoco d'artificio che acceca il lettore facendogli dimenticare il mondo circostante e costringendolo a continuare la lettura, e sappiamo che il modo migliore per ottenere questo effetto è creare una prima scena originale con un protagonista intrigante e un conflitto inestricabile.


Gli ingredienti di un buon inizio sono:



- una promessa implicita. Ogni storia fa due promesse al lettore, una emotiva, del tipo "Leggi questo e proverai divertimento o eccitazione o paura o tristezza o nostalgia o sollievo, ecc..." e una intellettuale, che può essere di tre tipi: 
1. "Leggi questo e vedrai il mondo da una nuova prospettiva"
2. "Leggi questo e vedrai confermato quel che già sai sul mondo"
3. "Leggi questo e imparerai di un mondo diverso, più interessante di quello in cui vivi". 

- un protagonista fuori dal comune. Fin dalla primissima introduzione dobbiamo lasciar trasparire la singolarità della nostra proposta per differenziarci dalla miriade di altri libri là fuori. Per controllare il livello d'individualità che il personaggio mostra nella prima scena chiediamoci, "Si comporta e pensa come farebbero nove persone su dieci?" Se la risposta è "sì", forse non abbiamo lasciato trasparire a sufficienza l'individualità del personaggio. 

- un conflitto. Qualcosa non va come previsto, la routine è spezzata e il protagonista deve affrontare un imprevisto. Questo impedimento di solito è un altro personaggio, ma potrebbe anche essere la natura o la società stessa. 

dettagli specifici che rendano la storia più concreta, tangibile al lettore, diversa da qualsiasi altra esposizione. L'effetto che cerchiamo è convincere il lettore che sappiamo di cosa stiamo parlando. 

- una prosa credibile, adatta al tipo di storia che stiamo scrivendo, che risucchi il lettore in un sogno da cui non si sveglierà fino all'ultima pagina. 

06/06/17

Niente più sogni nel cassetto!


Bentrovati miei cari,

sono mesi che non aggiorno il blog, scusate se sono sparita. Credetemi, vi penso sempre e quando posso passo a leggervi, anche se ho smesso di commentare. Alcuni di voi mi hanno scritto e-mail della serie "Sei ancora viva?!?" Vi ringrazio dei vostri pensieri. 

Sono viva, sì, e sono ancora qui, tra i boschi canadesi, dove ci siamo salutati l'ultima volta. I cerbiatti (vi ricordate Curiosini e Cretinetti?) vagano in giardino come sempre, i colibrì vengono a bere l'acqua zuccherina, gli scoiattoli fanno capolino dalle finestre. Tutto è uguale, eppure la mia vita è completamente, totalmente, indietro-non-si-torna, diversa.

Alcuni avranno già indovinato... specialmente chi ci è passato e sa cosa significa non avere più vita propria... dormire a intervalli di due ore... farsi la doccia solo quando piove... guidare a vuoto nella notte alla ricerca di cinque minuti di silenzio... 
Esatto! Sono diventata mamma! Sogno numero uno: fuori dal cassetto!
Chi avrebbe mai detto che il mio amore per l'oceano e l'indipendenza mi avrebbe portato a innamorarmi e formare una famiglia?  È stata dura ma dopo tanta attesa, paura e lacrime, la nostra "little warrior" è arrivata portando con sé una carica di pura vita all'ennesima potenza. Io e il buon Neil siamo drogati d'amore e sfinitezza, sorriso ebete e incredulità. 
La piccola si chiama Luna Scout Ward e ha quasi tre mesi. In Italia pochi hanno il secondo nome ma nei paesi anglosassoni è quasi obbligatorio. Il nome Luna l'ho scelto io, mi piace perché è facile da pronunciare sia in inglese che in italiano, odio i nomi complicati che richiedono di fare lo spelling ogni volta. Qui tutti sanno che Luna è "the roman goddess of the moon" e così non ci complichiamo la vita. L'idea arriva da un cuscinetto ricamato regalatomi da mia madre che dice "Punta sempre alla luna, mal che vada avrai camminato tra le stelle". Inoltre Luna Lovegood è il mio personaggio femminile preferito di Harry Potter. Anche il nome Scout ha un riferimento letterario: è la protagonista di "To kill a mockingbird" ("Il buio oltre la siepe") e il buon Neil l'ha scelto perché significa "esploratrice", perfetto per la vita girovaga che sogniamo di fare, salute permettendo. Con un nome così, finirà per fare l'astronauta!





Quest'anno anche un altro traguardo è stato raggiunto. Due giorni dopo la data prevista per il parto, gonfia come un cocomero troppo maturo, barcollante e pericolante, ho affrontato un viaggio della misericordia per presentarmi al colloquio con il governo che attendevo, come sapete, da due lunghissimi anni. C'è di bello che nel vedermi così gravida nessun ispettore avrebbe potuto dubitare dei miei motivi per voler ottenere il permesso di residenza. Ora che ho tra le mie mani il visto posso finalmente andare e venire dall'Italia, l'esilio è finito. Sogno numero due: fuori dal cassetto!

Dulcis in fundo, per fortuna è vero il detto che non c'è due senza tre: la casa editrice digitale a cui avevo spedito il mio romanzo tre mesi fa mi ha scritto la settimana scorsa dicendosi interessata a pubblicarmi!  Sogno numero tre: fuori dal cassetto!
Come sapete questo è un progetto che coltivo da tre anni e sono felice di essere stata accettata al primo colpo dall'unica casa editrice a cui ho spedito il romanzo. Sta a dimostrare la mia teoria che se si sceglie bene e realisticamente a chi spedire il proprio lavoro si possono evitare anni di attesa e rifiuti. Per gli amanti del fai-da-te, ci tengo a precisare che non sono contraria all'auto-pubblicazione ma al momento non ho nemmeno il tempo di lavarmi i denti, non riuscirei proprio a dedicarmi all'auto-promozione. Inoltre sarà interessante lavorare con una editor professionista: anche se ho fatto del mio meglio in corso di revisione, sono certa che il mio romanzo migliorerà visibilmente dopo esser stato passato al setaccio da un'addetta ai lavori.

Ora mi servono nuovi sogni... ho una lista infinita di libri che vorrei leggere e un paio di idee per il prossimo romanzo, che vorrei scrivere mentre visitiamo l'America Centrale a bordo di una barca a vela... ma per ora mi accontento di manuali sull'allattamento, poppate e pannolini!

E voi, quali sogni avete realizzato quest'anno? E quali sono in corso d'opera?

10/11/16

È disordine la parola d'ordine?

Conoscete quel detto inglese?
Significa, letteralmente, "abbraccia il disordine". Mi sento proprio così in queste giornate post-elezioni, in cui il sito dell'immigrazione canadese è in tilt per le troppe richieste d'ingresso al paese da parte dei cittadini statunitensi in fuga da Trump. Lungi da me intavolare una discussione politica... ne parlo perché la questione mi riguarda personalmente. Da tredici mesi ormai aspetto pazientemente che mi arrivi il visto di residenza e temo che questa invasione possa creare ritardi e singhiozzi per chi è già stato educatamente in fila ad aspettare il proprio turno come me. 

Cosa ne sarà del mio visto? E del mio futuro? Ha senso che me ne preoccupi o sarà meglio fare spallucce e lasciare che il mondo vada come vuole? 
Accettare il disordine delle cose è la ricetta per vivere meglio? O è proprio per questo motivo che il mondo va a rotoli?
Ha ragione John Lennon quando dice che "la vita è ciò che ti succede mentre fai altri progetti" o dobbiamo seguire la lezione di Confucio che "il successo dipende dalla preparazione precedente, e senza una tale preparazione c'è sicuramente il fallimento"?


Spetta a noi ripristinare l'ordine?


Di sicuro la pensa così Marie Kondo, autrice del best-seller Il magico potere del riordino (2014).




Nata e cresciuta in Giappone, Marie Kondo è sempre stata ossessionata dal sistemare le cose di casa, buttare il superfluo e organizzare quel che si possiede in modo che non dia fastidio e che non faccia perdere tempo. Ognuno di noi vive in case stracolme di cose inutili e passa ore e ore a rassettare e lamentarsi di quello a cui è costretto a rinunciare perché costretto a dedicarsi al riordino. Il metodo messo a punto dalla Kondo promette di non dover mai più doversi dedicare alla confusione che si crea e ricrea in casa, grazie a una riorganizzazione definitiva basata su due punti chiave: buttare tutto quel che è di troppo e non ci regala più emozioni e organizzare quel che resta in modo pratico e funzionale. 

Onestamente io credo che questa persona abbia dei problemi psicologici, quantomeno penso si possa dire che ha una personalità anale con tendenze ossessivo-compulsive. Da bambina, anziché lasciarle passare i pomeriggi a riordinare i campioncini di creme per il viso nei cassetti del bagno, i suoi genitori avrebbero potuto coinvolgerla in giochi coi fratelli o mandarla al dopo scuola. Per fortuna, anziché sviluppare deviazioni che ne inficiassero le competenze sociali, la piccola Marie ha trasformato la sua idiosincrasia in una professione e ne è diventata una maestra riconosciuta a livello mondiale.

Ha ragione Marie Kondo? Personalmente, io amo aprire un cassetto e trovare un cimelio storico dei miei viaggi a cui non pensavo da anni, mi è capitato proprio ieri, con il coltellino da immersioni che mi ha regalato il mio amico dj Sarc:o nel 2011 quando si è trasferito nel mio appartamento di Reggio Emilia perché io partivo per andare a vivere in Messico. Mi è bastato vedere il coltello, che non ho mai usato ed è pure un po' arrugginito, per riprovare la tristezza dell'arrivederci alle porte del Natale e l'entusiasmo della partenza accompagnata da zaino e hoola-hoop. Sono ben contenta di possedere questo inutilissimo coltellino da immersioni e non lo butterei per niente al mondo. Vale più di mille fotografie. 


È disordine la parola d'ordine?


Credete sia vero che l'universo ci manda dei messaggi mirati, come sosteneva La profezia di Celestino di James Redfield (1993)



Se ricordo bene, la prima illuminazione parlava proprio di improvvise coincidenze e incontri predestinati. 
Credo me ne sia capitata una la settimana scorsa, quando la mia amica maestra Monica mi ha scritto per chiedermi se conoscessi la libreria Mac Leod's di Vancouver e poco dopo, mentre andavo a trovare un amico in macchina, ci sono passata davanti. Si trova all'angolo tra due strade trafficate, a pochi passi da China Town, con un sobrio ingresso da negozietto inglese, senza fronzoli. Non l'avrei mai notata se non fosse stato per Monica.


L'interesse per questo negozio nasce da un racconto del libro Passeggeri Notturni (2016) in cui Gianrico Carofiglio parla di questo mistico luogo in cui i libri giacciono accatastati ovunque, senza alcun apparente ordine o senso.




Confermo l'esattezza della descrizione. Entrata nel negozio, procedevo a passi felpati nel timore di causare un terremoto di saggezza. I testi erano stipati in ogni angolo e dove sembrava che il negozio terminasse c'era in realtà un altro, ancora più nascosto, anfratto, pullulante di titoli appena usciti, famosi, sconosciuti, bizzarri, o talmente antichi da non attentarsi a toccarli per paura di polverizzarli. Dietro una scrivania appena visibile stava tranquilla una ragazzina asiatica con cappellino di lana e occhialetti da Harry Potter e un signore distinto molto anglosassone impegnato in una conversazione telefonica di lavoro. Il buon Neil e io ci siamo subito persi di vista, ingolfati da questa assurda biblioteca senza indice, per ritrovarci faccia a faccia venti minuti dopo, quasi sorpresi di trovarci lì, con un sorrisone da orecchio a orecchio e una pila di libri scelti a caso tra le braccia (entrambi siamo sostenitori della teoria che i libri più belli siano quelli che ti chiamano a sé per nessuno motivo particolare). Eccone alcuni.







I poemi scritti dai gatti non li ho comprati alla fine ma è stata dura rinunciare all'acquisto... senza farmi vedere, li ho infilati tra il Paradiso di Dante e Chuck Palahniuk, contando di tornare tra qualche mese a controllare che siano ancora lì. Chissà che non tornino al loro posto, in bilico sul primo panchetto a destra del quarto anfratto di sinistra verso lo stanzino dello staff (anche quello, ovviamente, stipato di libri dal pavimento al soffitto). A quanto pare, nutro ancora la speranza che ci sia un qualche tipo di posto giusto, non importa secondo quale logica, per qualsiasi cosa a questo mondo.


La visita al Mac Leod's ha suscitato in Gianrico Carofiglio un'interessante riflessione, a sostegno della teoria che l'entropia sia l'unico futuro possibile. Cita La forza del disordine (2007), di Abrahamson e Freedman, in cui si sostiene che l'ordine e la pianificazione spesso producono più danni che benefici e che troppo spesso al giorno d'oggi l'ordine è divenuto un fine piuttosto che un mezzo. 





Così conclude Carofiglio: 

Quando veniamo travolti dall'ansia per le nostre scrivanie e le nostre case disordinate non è tanto perché il disordine ci crea dei veri problemi, ma solo perché supponiamo che dovremmo essere più ordinati e organizzati.
Molto vero, mi sono detto dopo aver riletto qualche pagina di quel libro. Poi ho dato un'occhiata alla mia scrivania, che oggi avevo deciso di mettere definitivamente a posto (prendo questo tipo di decisioni definitive diverse volte al mese), ho ricordato una celebre frase attribuita a Albert Einstein - "Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa è segno, allora, una scrivania vuota?" - e, di ottimo umore, me ne sono andato a passeggiare sul lungomare.


E voi, da che parte state? 

15/08/16

Al festival delle arti scritte - 2016

Anche quest'anno ho partecipato al Festival of the Written Arts organizzato nel paesino di Sechelt, sulla Sunshine Coast del British Columbia.

Tre giorni di eventi, una ventina di autori, rigorosamente canadesi, che leggono le loro opere e poi firmano i libri per gli spettatori. Quest'anno l'ospite più famoso era Lawrence Hill, autore del best-seller The book of negroes (2007). Non ho trovato una traduzione italiana, correggetemi se invece esiste. 




La parola contenuta nel titolo è razzista, proprio come in italiano (non voglio ripeterla perché temo che i motori di ricerca mi mandino spettatori poco graditi). L'autore l'ha scelta per sottolineare come alla fine del 1700 ci si riferisse alle persone di colore con questo termine. Il titolo infatti è il nome di un documento storico della marina britannica del 1783, in cui sono nominate 3000 persone di colore al servizio del Re durante della guerra a cui veniva garantito il passaggio da Manhattan al Canada. (Per chi non lo sapesse, allora come adesso, il Canada era il miraggio, il paradiso, il rifugio dei pacifisti e dei perseguitati americani). 

La protagonista del libro, Aminata, personaggio non reale ma estremamente realistico, strappata al suo villaggio africano all'età di 11 anni e venduta come schiava dopo aver visto uccidere suo padre, deve riuscire a entrare nella lista dei nomi su quel documento per ottenere la libertà. È lei stessa che ci racconta la sua triste e difficile vita, stupita di essere sopravvissuta fino alla terza età.

Lo so, è un libro lungo e in inglese, ma se ve la sentite di fare lo sforzo, Aminata vi conquisterà a pagina 2 e vi accompagnerà passo passo nella lettura.



L'autore del libro, Lawrence Hill, ha accettato che il libro fosse trasformato in una mini-serie televisiva, ma a quanto pare non si è montato la testa, infatti lo scorso martedì, arrivando alla cena organizzata per i volontari del festival, me lo sono trovata davanti, in compagnia di sua figlia. Mi ha fatto un sacco di domande sul mio romanzo e sui miei viaggi e ha approvato l'idea di scrivere delle mie avventure tramite personaggi di fiction. Come potete immaginare, ho gongolato tutta sera.

Gli altri eventi del festival a cui ho partecipato non mi hanno entusiasmato come gli anni precedenti, in genere preferisco autori che parlano delle loro storie piuttosto che quelli che leggono dai loro libri e questa volta mi sono capitati molti lettori. Fatico a seguire i testi in inglese senza averli sotto mano, la mia attenzione uditiva non è sviluppata come quella visiva. C'è stata comunque qualche chicca che val la pena raccontarvi.



Anakana Schofield, autrice di Malarky (2012), è diventata famosa col suo primo romanzo per la sfacciataggine del suo stile. Il titolo, Malarky, è intraducibile ma più o meno significa sciocchezza, cazzata inutile. È il termine che Sheldon di Big Bang Theory usa per descrivere le premonizioni della veggente che gli predice il futuro, per farvi capire. 
Il pubblico ha apprezzato la crudezza di linguaggio e Anakana ha deciso di trasformare Malarky nel primo di una serie di quattro libri, di cui per ora ha scritto solo il secondo, Martin John (2015), la storia di un uomo sessualmente deviato e del suo rapporto con la madre morente. 
Dissacrante, è il primo aggettivo che mi viene in mente pensando a questa autrice, che si è presentata dicendo di essere recentemente entrata in menopausa e ha letto un passaggio del suo romanzo in cui si ripete una trentina di volte la parola più volgare e offensiva del vocabolario inglese (avete capito, no? Fa rima con ant). Alla faccia di chi dice che tutto è già stato detto e scritto.



Guy Gavriel Kay ama twittare e seguirlo è un piacere perché sa far ridere con brevi scherzi sugli eventi del giorno. I suoi innumerevoli romanzi sono tutti basati su eventi storici, visti tramite gli occhi di persone comuni, più un pizzico di magia. Da Istanbul all'antica Cina ai predatori dell'Adriatico questo autore conosce molto bene la storia del periodo che narra e la insegna senza che il lettore se ne accorga, preso com'è dalle peripezie dei personaggi. Di lui mi ha colpito soprattutto una riflessione su come, seppur studiando varie epoche e luoghi disparati, abbia trovato gli stessi desideri e le stesse necessità negli esseri umani: cibo, riparo, amore, sicurezza, protezione dei figli.



E su quest'onda filosofica, chiudo con un commento di Marina Endicott, autrice di Close to Hugh (2015), libro nato dalla constatazione delle seguenti quattro verità assolute:

1. La sofferenza è parte intrinseca della vita umana.
2. Esistono cause specifiche che provocano la sofferenza.
3. Le cause della sofferenza possono essere rimosse.
4. Semplici percorsi portano alla rimozione delle cause della sofferenza.

Detto questo... dove sono i segnali stradali in grado di guidarci lungo questi percorsi? Come si può tornare interi dopo essere finiti in pezzi? Come si sconfigge la morte?

Se il libro risponde davvero a queste domande, sarà una lettura interessante! Vi terrò informati. Per ora...

Buon ferragosto a tutti!