12.3.21

Di libri e di sogni nel 2021

 

Quest’anno non sono riuscita a rientrare in Italia, per quanto vorrei poter essere vicina ai miei genitori e ai miei amici in questo momento difficilissimo. Speravo di venire a Natale, poi a marzo, poi a fine marzo… ma le cose non migliorano e temo che dovrò ricominciare la stagione lavorativa in Canada senza realizzare questo desiderio. In compenso ho la grandissima fortuna di trovarmi in Messico, in un villaggio di pescatori composto da tre vie incrociate, in cui è abbastanza facile rimanere isolati grazie all’aria aperta e alla scarsa popolazione. Non mi dilungherò sui dettagli del mare e del sole per non invogliarvi a tirarmi una ciabatta. Parliamo piuttosto della gioia del tempo libero che mi ritaglio ogni mattina quando il buon Neil porta fuori la bimba e io posso finalmente tornare ai miei amati libri, quelli che leggo e quelli che scrivo.


Per quanto riguarda i libri che leggo, negli ultimi anni sono molti più quelli che abbandono rispetto a quelli che mi prendono abbastanza da arrivarci fino in fondo. Per fortuna ho trovato ben due romanzi che mi hanno conquistata e ho goduto nell’immergermi completamente nelle storie.


Il primo romanzo è Lungo petalo di mare di Isabel Allende (2019), una mia grande eroina fin dal suo debutto con “La casa degli spiriti” nel 1993.

Purtroppo non sono riuscita a scaricare il testo in italiano (misteri dell’internet) e il contenuto è troppo complicato per poterlo leggere in spagnolo quindi mi sono accontentata dell’inglese, che coi suoi pochi vocaboli deruba i testi di qualsiasi poesia. Per farvi un esempio, nella versione italiana e spagnola si racconta di un figlio che durante la guerra porta a casa un candelabro rubato e la madre va su tutte le furie, si lamenta di avere “una serpe in seno!” e glielo fa restituire. In inglese, la madre, irata, dice “cos’hai fatto?” 

Che anticlimax! Così si perde tutta l’intensità della scena, la poesia intrinseca al modo di dire. Possibile che un inglese non possa intuire il significato di “a snake in my womb?”

Ma passiamo oltre. Con questa storia l’Allende torna agli splendori degli anni ’90. La trama è uno spaccato di vita reale ambientato in un contesto storico-geografico intriso di amore, potere e morte, che sono i tre pilastri di ogni romanzo di successo. Gli eventi che ricordavo dai libri di storia sono raccontati da un punto di vista nuovo, allucinante nella sua crudeltà e precisione. La vicenda si dipana dalla Spagna pre-franchista al Sudamerica di fine millennio. I personaggi inventati prendono vita e accompagnano il lettore con le loro emozioni tangibili e si mescolano a personaggi storici, vengono aiutati da Pablo Neruda, giocano a scacchi con Salvador Allende, scappano da Pinochet. In più, come sempre, la magia dell’Allende sta nel dipingere la vita segreta delle donne, eroine senza superpoteri che riescono comunque a segnare chi le incontra grazie alla loro forza d’animo. 





Il secondo romanzo è Eleanor Oliphant sta benissimo, il best-seller di Gail Honeyman (2017). È il suo romanzo d’esordio ed è già uscito da qualche anno, per cui sono subito andata a cercare se ne avesse scritti altri. Su Goodreads c’è un suo secondo romanzo dell’autrice, senza titolo e senza descrizione, che in effetti non esiste. Miracolosamente, Untitled number 2 ha già varie recensioni. Questo un po’ mi ha fatto innervosire, un po’ mi ha dato soddisfazione. È la prova che davvero non val la pena farsi delle pare per i commenti del pubblico. 

Tornando a noi, la storia di Miss Oliphant è una di quelle che mi piacciono tanto, Eleanor stessa racconta di come vive e di come sia arrivata fin qui, e pian piano il lettore scopre insieme a lei, anzi, ben prima di lei, la verità sul perché, in effetti, non stia affatto bene. Il linguaggio è fantastico, nella versione originale, i riferimenti alla vita scozzese sono divertentissimi, almeno quelli che ho saputo cogliere in quanto condivisi con la mia vecchia vita inglese. Eleanor è amabile nonostante nella vita reale sarebbe terribilmente irritante e insopportabile, complimenti all’autrice per aver saputo creare un personaggio così pieno e mostrarci il mondo con occhi nuovi. Ah, saperlo fare. E così arriviamo al secondo punto di questo post: i libri che scrivo.


Mi sto dedicando con gran entusiasmo a una nuova storia di fiction che prende spunto da una teoria psicologica in cui credo molto e che non è ancora stata pubblicata. Anche Non torno subito era nato come saggio di psicologia basato sulla teoria dell’attaccamento di Bowlby. Avevo notato come la maggior parte delle donne che conosco finiscano per finire sempre con lo stesso tipo d’uomo (sbagliato) e volevo dimostrare come questo processo fosse collegato alla relazione che si crea con le figure di riferimento (la madre o chi ne fa le veci) durante i primi anni di vita. Purtroppo qualcuno è arrivato prima di me e ha pubblicato il best-seller Attached. Magra consolazione sapere che avevo ragione. Così ho creato le ragazze che animano “Non torno subito” e le ho incaricate di rappresentare i diversi stili di attaccamento nelle loro azioni e nei processi decisionali. Intendo fare lo stesso coi personaggi del nuovo romanzo, ambientato nei mitici anni ’90. Non vi dico che emozione andare a rovistare nelle memorie della mia adolescenza! Mi stanno venendo in mente cose a lungo dimenticate, pensieri, gite, vestiti, figuracce, il tutto condito da meravigliose canzoni! Sto creando una playlist su Spotify che accompagnerà la mia scrittura e ho anche contattato persone che non sentivo da allora. Ovviamente le lacune da riempire sono infinite quindi mi serve il vostro aiuto: se avete tempo e voglia, raccontatemi cosa facevate negli anni 90, cosa facevate, chi erano i vostri amici, come e dove andavate in giro, come vi vestivate, che musica vi piaceva e cosa sognavate di fare da grandi. Ovviamente tra gli ingredienti del romanzo ci sarà anche una bella amicizia e una storia d'amore tragicomica.



Tornando seri, sto anche riflettendo su un nuovo progetto di non fiction, sempre relativo alla psicologia, incentrato sui più comuni disturbi mentali e zeppo di esercizi cognitivo-comportamentali… la scrittura in sé è la parte più difficile perché sono fuori forma, arrugginita. Per ora ho più domande che risposte ma sono felicemente sorpresa di vedere che la passione per la scrittura era solo sopita e che negli ultimi quattro anni ho raccolto moltissimo materiale e preso appunti ogni volta che mi veniva una buona idea. Presto vi racconterò di più, certi giorni mi sembra un’impresa impossibile, altri giorni faccio sogni di gloria. Chissà che mettendo insieme qualche osso sparso non ne venga fuori uno scheletro di dinosauro!


Ora lascio la parola a voi e ai vostri ricordi degli anni ’90! 

Adiós amigos!

14.9.20

Vancouver Writers Festival

Domani 15 settembre 2020 saranno disponibili per l'acquisto i biglietti per il Vancouver Writers Festival. Ehmbé? Direte voi, dalle vostre casette italiane.

Quest'anno è online! Come tutto il resto degli eventi mondiali, anche il rinomato festival degli scrittori, di solito organizzato sulla bellissima Granville island di Vancouver, British Columbia, aprirà solo le porte virtuali.

Visto che molti di voi masticano bene l'inglese, non negatelo, perché vi vedo sui social che postate e commentate senza problemi, ho pensato di condividere con voi questa iniziativa, perché è un'occasione di ampliare i nostri orizzonti scrittori e confrontarci con autori ben diversi dai soliti sospetti.




Il festival dura dal 19 al 25 ottobre ma i biglietti di solito sono esauriti ben prima. Questo è il link dove potete trovare ogni evento con una foto dei partecipanti e una breve descrizione del contenuto trattato: EVENTI DEL FESTIVAL.

Io non conosco gli autori di quest'anno, a parte Caroline Adderson che ho incontrato personalmente qualche anno fa al Festival of the Written Arts qui sulla Sunshine Coast del British Columbia dopo la presentazione dei suoi romanzi. Si capisce bene quando parla, è interessante, divertente e può piacere a chi scrive narrativa per ragazzi e fiction mainstream.

Tenete a mente che Vancouver è a 9 ore in meno rispetto all'Italia quindi quando in Italia è mezzanotte qua sono le 3 del pomeriggio. L'ora cambia il 1 novembre (come se ci servisse un'ora in più di questo 2020... no grazie!) quindi non intaccherà la settimana del festival. Fate i vostri conti e non comprate gli eventi serali o dovrete alzarvi all'alba!

Vi saluto con una foto della costa pacifica devastata dagli incendi di questa settimana, per fortuna quassù in alto in alto (ho messo un pallino blu così potete trovarmi sulla mappa) c'è solo tanto fumo e per ora ce la caviamo stando tappati in casa con un po' di tosse e mal di testa. Quest'anno va così, non c'è niente da fare! Un abbraccio!




27.2.20

Cosa farebbe Tiziano Terzani?







25 agosto 1992, Orsigna. Folco è partito col sacco in spalla, una pesantissima valigia piena di libri e il tamburo sotto il braccio. Ha lasciato un grande vuoto.
Viene a trovarci Alberto Baroni con una sua bibliotechina per il possibile libro sui vecchi. Ci impressiona con un paio di idee: il mutato concetto della morte in questo secolo.
Nella civiltà maya chi vinceva alla pelota riceveva come premio il privilegio di venir sacrificato agli dei. In un mondo il cui il rischio di morire di diarrea era immenso, era un grande onore morire da eroi. La morte si sublimava nell’eroismo.
Oggi nessuno vuole più morire da eroe, perché le chance di vivere a lungo sono grandi. Da qui anche la crisi della religione. La gente non si interroga più sull’aldilà, ma sul come conservarsi, come mantenersi giovane. io dico che la gente non parla più di Dio e della morte, ma della pensione.
Prima, la morte di una persona era un fatto corale. Moriva uno e i vicini di casa assistevano e aiutavano, ognuno faceva così un’esperienza della morte. Oggi è il contrario, la morte viene celata, nascosta. Nessuno sa più gestirla, nessuno sa cosa fare dinanzi a un morto. I vicini scappano, non partecipano. Prima un ragazzo faceva spesso l’esperienza della morte, oggi uno può arrivare alla propria senza mai aver visto quella altrui. Prima dall’ospedale si veniva portati a casa a morire. Ora è il contrario. La famiglia porta uno a morire all’ospedale perché nessuno sa cosa fare col morto. Ricordo da bambino i morti lavati.
(Un'idea di destino, 2014)


Questo stralcio del diario di Tiziano Terzani mi è entrato sotto la pelle. Ci sono tanti, tantissimi suoi pensieri che conservo e faccio miei mentre negli anni centellino ogni suo scritto, avidamente ma con la paura di finire troppo presto. Ho bisogno di lui per dirmi quel che penso e non so esprimere. L’idea che non stia più lì da qualche parte nel mondo a scrivere del suo dolore per tutto ciò che non va nel sistema mi fa sentire sola, come se adesso non ci fosse più nessuno ad accorgersi che c’è qualcosa che non va, qualcosa di veramente sbagliato in questo modo di vivere.

E così anche ieri notte, quando in preda all’insonnia per il male al piede mi rigiravo cercando di tenere a freno l’ansia per, beh, praticamente qualsiasi cosa, leggere queste poche righe scritte tra le sue colline in un momento per lui molto difficile, in preda alla depressione e all’indecisione su dove dirigersi, senza sapere che avrebbe presto trovato la sua India e la sua pace, mi ha fatto piacere come una candela che illumina il buio.


Folco che parte mi ricorda il giorno che sono partita dall’Italia, anch’io come lui non volevo saperne di lavare i piatti e apparecchiare la tavola, pensavo che la vita non fosse quella. Invece eccomi qui, di ritorno in Italia per scelta, con il canovaccio in mano e la tovaglia sullo stendino perché Luna ci ha fatto su un bel disegno coi mirtilli ieri sera. Anche lei un giorno mi saluterà allegra e spaventata agitando la mano dal finestrino di un treno? Come sopravvivrò?

La civiltà Maya che muore di diarrea è un bel cambiamento rispetto all’idea di saggezza e indistruttibilità che mi è stata impartita nel corso dei miei viaggi in Messico e Guatemala. Mi fa venire voglia di tornarci per poterli studiare sotto un altro punto di vista e magari interrogarli, cari Maya, ditemi, qual è il modo giusto di reagire alle epidemie che ci attanagliano, ai virus, al Dio denaro, alla sovrappopolazione? 


“Morte tua vita mia” sembra ormai più appropriato di “mal comune mezzo gaudio”. Com’è successo? È perché se muori tu ho più probabilità di sopravvivenza io?
È vero che nessuno pensa più all’aldilà? Messi come siamo dubito che ci accoglierà Dio, forse anche lui ha ben pensato di ritirarsi in quarantena. 
Nessuno vuole più farsi seppellire, ci vogliamo tutti far cremare, perché? Per levare il disturbo, smettere di occupare spazio, evitare che possano acchiapparci. 
Per me è un desiderio di libertà, di aria, di pulizia. E di mettere il punto. 

Anche Terzani a 66 anni ha smesso ogni tipo di cura contro il cancro allo stomaco e ha scelto di morire circondato dai suoi cari, “estremamente affaticato ma serenissimo”.
“Ormai mi incuriosisce di più morire. Mi rincresce solo che non potrò scriverne”.
Dispiace immensamente anche a noi, caro Tiziano.



6.1.20

La befana italiana


Avete presente quella situazione in cui decidete di uscire di casa così come siete, solo per cinque minuti, fuori e dentro, con i pantaloni sformati sulle ginocchia che ormai portate solo sul divano ma che non potete buttare via perché non ne troverete mai più di così comodi, i capelli raccolti in uno chignon spettinato che sulle modelle delle riviste risaltano i lineamenti ma che a voi invece fanno il faccione e risaltano solo la ricrescita scura se non bianca o comunque quella patina di unto del terzo giorno senza shampoo, le occhiaie in bella vista, magari gli occhiali coperti di ditate perché hai pianto davanti alla tele, i guanti col buco e la sciarpa fin sopra le ciglia per coprire il più possibile di questo scempio?

Mettete il naso fuori e pregate, supplicate, improvvisamente religiose, chiedete a Dio ti prego, Dio, ti prego, fa che non incontri nessuno, dammi il dono dell’invisibilità, solo per stavolta, solo per cinque minuti e giuro solennemente che non uscirò mai più senza trucco e invece tac, un secondo dopo, comparsa dal nulla, senza motivo apparente per essere lì in quel posto a quell’ora, vestita di tutto punto, truccata e pettinata come se fosse appena uscita dal makeover di un reality show, ti senti chiamare per nome e non puoi non voltarti e ovviamente, ovviamente, è lei, la tua nemesi, la giovanissima fidanzata del tuo ex, o la perfetta ex del tuo attuale fidanzato, o la più bella ragazza del tuo liceo che non vedi da vent’anni e che ovviamente è diventata ancora più bella e ancora più femme fatale e ti vuole sorridere, ti vuole abbracciare, ti vuole essere amica e chiacchierare e sapere tutto di te, tutto quello che non ha mai voluto sapere ai tempi della scuola perché era troppo impegnata a essere bella e desiderata da tutti e invidiata da tutte per accorgersi di te, essere comune con la media del sei e mezzo e qualche chilo di troppo (nonostante adesso riguardando le foto daresti qualsiasi cosa per tornare a indossare quella taglia che ai tempi ti sembrava imbarazzante).

E tu pensi CAZZZZZZZoooooo ma perché proprio qui proprio ora porca zoccola e intanto sorridi (troppo) sperando di non aver qualcosa tra i denti, magari un resto di torrone o uvetta del panettone o le labbra viola per il troppo vino rosso e allora ti dici che “la bellezza vien da dentro, solleva il mento e possiedi questo momento” invece tutto ciò che ti viene da dentro è un po’ di puzza d’ascelle e l’alito di chi ha mangiato troppo per troppi giorni di fila. Fingi indifferenza ma le gote arrossiscono, bastarde, non ti reggono il gioco, adesso lei sa che sei in imbarazzo, percepisce la tua insicurezza, ti vede dentro, oltre il piumino imbottito stile omino Michelin, oltre le briciole sul maglione, oltre il reggiseno senza ferretto e i mutandoni da notte, quelli che non vanno in mezzo al sedere e che a forza di lavaggi hanno assunto un colore grigino antistupro, ti vede fin nelle viscere, può contare i tortelli verdi e i tortellini fritti e allora per distrarre la sua visita radiologica le dici ma dimmi di te piuttosto, così puoi tacere e mantenere il decoro, fare sì sì con la testa tenendola piegata appena fuori dalla luce del lampione per nascondere il grasso della zona T e i punti neri che avevi proprio intenzione di togliere domattina con la maschera per viso urban detox che ti ha regalato stanotte la befana, e non te ne frega un cazzo di quel che dice, del suo lavoro, della sua famiglia, delle sue vacanze, non senti una parola, conti i tuoi respiri e aspetti il magico momento in cui potrai dire oh no, che peccato, devo proprio proprio andare adesso, ma come mi ha fatto piacere vederti, dai sì scambiamoci il numero, scriviamoci, vediamoci, baci e abbracci e mi raccomando tanti saluti a casa e vai fare in culo. 

Tanto tra due minuti sarai al sicuro in casa e avrai altri vent’anni per prepararti al prossimo incontro e allora sì, vedrai, vedrete tutti, Dio mi è testimone, come rimarrà a bocca aperta.

Auguri befane!



2.12.19

Biblioteca amor mio

Una delle gioie di tornare in Italia è sicuramente il poter visitare la biblioteca. Conosco persone che non toccherebbero mai un libro usato, invece per me infilare il naso tra gli scaffali di copertine stropicciate e pagine ingiallite, magari trovare un commento o una sottolineatura di qualcuno che ha amato quelle righe prima di me, è un momento di pace dei sensi. Mi fa sentire parte di qualcosa di più grande, mi conferma che non sono l'unica ad avere questa grande passione, questo slancio per la parola scritta, questo bisogno incolmabile di comunicare leggendo e scrivendo. 
"It makes my heart sing", dicono i canadesi. Mi fa cantare il cuore.
E ne ho bisogno, non sapete quanto. O forse sì. Tanti blogger hanno parlato del calo di tempo per potersi dedicare alla passione per i libri. Io stessa ho letto pochissimo e scritto ancora meno nel 2019.
Ho commentato il blog di Giulia dicendo che non ho letto neanche un libro, in realtà poi riflettendoci ho letto abbastanza, almeno un libro al mese. Ho letto poca narrativa, ecco, più che altro mi sono concentrata su manuali per genitori per cercare di sopravvivere alla mia "toddler" (bimba in età prescolare) e ho letto non fiction, lasciando a metà la maggior parte dei libri che ho cominciato, in particolare la povera Marie Kondo. So che sta facendo un successo incredibile col suo metodo di "decluttering", cioè una riorganizzazione della casa che prevede il buttar via, buttar via, buttar via. Io nelle sue parole sento solo una povera bambina affetta da disturbo ossessivo-compulsivo che è stata lasciata a sé da una famiglia assente e incapace di riconoscere il suo dolore. Per fortuna è sopravvissuta e ha imparato a vivere con le sue manie, non per questo dobbiamo far finta che sia una persona equilibrata e imitarla, gettando nei rifiuti (ben divisi per categoria, eh, che qua ormai c'è un cassonetto anche per i cassonetti) tutti i nostri ricordi più cari solo perché non sono materialmente utili alla nostra quotidianità.

Tornando a pensieri felici, in biblioteca posso trovare autori italiani che non troverei all'estero, a Reggio poi oltre alla mitica Panizzi dove studiavo quando andavo all'Università hanno ristrutturato una biblioteca di quartiere (San Pellegrino) trasformandola in un fantastico spazio con sala ragazzi, primo piano per il non fiction e secondo piano con la storia locale, perfetto per la ricostruzione storica del romanzo che ho in mente.

Mi sono fatta consigliare alcuni nomi (Pino Cacucci, Lorenza Ghinelli) e chiedo anche a voi di condividere le vostre letture preferite. Più invecchio più divento difficile da accontentare e il tempo è poco quindi vorrei leggere libri che mi possano aiutare a scrivere, ho in mente un romanzo sul genere del realismo magico, una saga familiare che si dipana su più generazioni con qualche elemento mistico (non fantasy) e tanti personaggi indimenticabili; una specie di "La casa degli spiriti" di Isabel Allende ma senza la connotazione politica, per intenderci. Al momento sto leggendo "Cecità" di José Saramago e posso solo dire che capisco perché abbia vinto il Nobel. 

Vi abbraccio miei cari e aspetto di leggere i vostri classici post sulle vostre letture del 2019. Non lo dico perché è solo il 2 Dicembre... però so che sarà il 25 in un baleno, allora lo dico dai... tanti auguroni di Buon Natale!