28/10/15

ZUCCA E PARRUCCA


Domenica scorsa sono andata al Vancouver Writer's Festival con la fantastica Sabrina Miso.

Abbiamo vagato per Granville Island, piccolo gioiello chiuso al traffico nel cuore di Vancouver, famoso per i negozi d'arte e il mercato coperto con le bancarelle di frutta e verdura, carni scelte e altre chiccherie organiche. I padiglioni del Festival, durato cinque giorni, erano sparsi per tutta l'isola e l'evento che abbiamo scelto era intitolato The raw material



Tre scrittrici di romanzi storici hanno letto un brano delle loro opere poi hanno risposto a domande relative al processo di ricerca e studio del materiale.

Burial Rites, debutto letterario dell'australiana Hannah Kent, è stato tradotto in venti lingue e diventerà un film hollywoodiano interpretato da Jennifer Lawrence. L'autrice ha passato un anno in Islanda quando aveva 17 anni ed è rimasta impressionata dalla storia di Agnes, una giovane donna del luogo, accusata di stregoneria e giustiziata nel 1829. Hannah ha fatto ricerca per un anno prima di scrivere la storia, dal punto di vista della vittima, e ha parlato di come a volte le sia parso di poter sentire il fantasma di Agnes scrivere attraverso le sue dita.

Beth Powning scrive romanzi ambientati nel diciassettesimo secolo, tra America e Inghilterra. Per immedesimarsi nelle scene ha detto di andare sul posto, fisicamente, e di visualizzarsi nel passato, con i suoni e i profumi di allora. 

Sara Tilley ha scritto una saga pluri-generazionale ambientata in Alaska e basata sulla sua famiglia reale, dopo aver scoperto una montagna di documenti e lettere appartenente ai suoi predecessori. Oltre a scrivere, lei è appassionata di teatro e crea maschere di creta usando una tecnica particolare, che richiede di plasmarle e colorarle a occhi chiusi. In questo modo dice di riuscire a esteriorizzare il carattere del personaggio a cui appartiene il volto. Per scrivere Duke, Sara ha plasmato una maschera corrispettiva al proprio bisnonno. Per identificarsi con lui, e riuscire a scrivere dalla sua prospettiva, cercava di mettersi (letteralmente) nei suoi panni, indossando la maschera e scrivendo col pennarello quel che si sentiva sopra fogli con cui aveva ricoperto il pavimento.
Subito mi è sembrata un'idea un po' esagerata, però poi ho pensato, tentar non nuoce, senza stare a comprare la creta, ovviamente, mica siamo in un film con Patrick Swayze, ma con trucco e parrucco magari mi arriva l'ispirazione e l'anno prossimo mi chiama Jennifer Lawrence...
Non ci è saltato fuori nulla, veramente; non ho scritto una parola, ho traumatizzato l'uomo che viene a consegnarmi la legna, e ho finito per farmi i selfie in stile Halloween. (In altre parole, ieri non ho fatto un cazzo, ma mi sono divertita!)


Come fate a immedesimarvi nei vostri personaggi? Quanta ricerca fate prima di mettervi a scrivere? 
Ovviamente, se deciderete di tentare l'esperimento della creta, postate le foto! (Ancora meglio, postate il video!)

21/10/15

Corso di scrittura - in una galleria d'arte


La settimana scorsa vi ho chiesto di immaginarvi in una galleria d’arte: come guardate le opere esposte? Dove vi posizionate? Come vi muovete? Cosa pensate? State sempre alla stessa distanza dalle opere? Passate in rassegna i quadri in ordine di esposizione o tornate sui vostri passi? Riflettete allo stesso modo su ogni quadro oppure alcuni catturano la vostra attenzione più di altri? 

NB: vi consiglio di SCRIVERE LA VOSTRA RISPOSTA IN MODO ESAUSTIVO prima di continuare a leggere.

Ho raccolto le risposte più popolari, tra i commenti al post sul secondo giorno del corso di scrittura con Betsy Warland:

- Passo in rassegna i quadri in ordine di esposizione, salvo poi tornare sui miei passi per guardare una seconda (o terza) volta qualcosa che m'ha colpito.

- Mi piace dare uno sguardo generale alla stanza, poi mi avvicino all'opera che mi colpisce di più, poi ancora mi allontano, la guardo da un'altra angolazione e solo alla fine leggo le informazioni offerte dal museo.

- Seguo l'ordine di esposizione, soffermandomi sui quadri che mi colpiscono di più. Inizialmente, mi piace guardarli da una certa distanza, per avere un'idea dell' insieme; poi, mi avvicino per osservarne i dettagli e coglierne le sfumature. In me, lo stesso dipinto può suscitare sensazioni diverse se osservato a differenti distanze. 

- All'inizio seguo tutti i quadri con interesse e mi fermo davanti a ciascuno. Poi - soprattutto se le opere esposte si somigliano, inizio a fermarmi solo presso le opere che attirano la mia attenzione.

La maggior parte di noi, dunque, entra in una stanza, si guarda intorno, poi va verso ciò che attrae maggiormente la nostra attenzione. Besty chiama questo metodo "approach-retreat-return". Quando scriviamo la scena di un romanzo, dobbiamo fare la stessa cosa. Prima, trasmettiamo al lettore una visione panoramica d'insieme, poi puntiamo l'attenzione su qualcosa di interessante, e ci avviciniamo per scoprirne in dettaglio ogni sfumatura, ogni gesto, ogni occhiata, ogni parola, ogni emozione. Infine riprendiamo una certa distanza, in modo da poter passare oltre. 

Il rischio dello scrittore è di rimanere sempre alla stessa distanza, perché sa per esperienza di esser bravo a scrivere da dove si trova. Alcuni sono bravi nelle descrizioni, altri nei dialoghi, altri ancora sanno bene come entrare nella testa dei loro personaggi. Questa posizione è allettante ma statica, per cui va combattuta.
Pensate di entrare in una galleria d'arte e passare tre secondi davanti ogni quadro, senza mai avvicinarvi alle opere, senza mai tornare sui vostri passi. Che noia mortale! Lo stesso vale per un film di sole panoramiche, ci farebbe addormentare, mentre un film di soli close-up ci farebbe ammattire. Lo stesso vale per un romanzo di sole descrizioni, o di continue seghe mentali, o tutto dialogo e niente azione.

Quando scriviamo, creiamo movimento avvicinandoci e allontanandoci dalla scena. Ognuno di noi ha un suo modo specifico di farlo.  

- Se il quadro mi colpisce, mi sposto avanti e indietro, su e giù. Cerco di osservarlo da tutte le angolazioni.

- Mi avvicino, ma non troppo: mi piace poterli osservare nella loro interezza (di solito mi colpiscono maggiormente i quadri grandi a quelli piccoli).

- Alle mostre d'arte mi stufo facilmente... se una mi piace, posso anche sedermi sulla panchetta e rimanere a guardarla per ore.

- Mi avvicino parecchio. Torno anche sui miei passi per riguardarne qualcuno (se chi è con me non mi trascina via). 

Se facciamo fatica ad avvicinarci significa che abbiamo paura di quel che vogliamo dire: ci vergogniamo di metterlo nero su bianco, ci preoccupiamo di quel che diranno i nostri parenti, temiamo che qualcuno si riconosca nel personaggio unto, grasso e odiato da tutti, ci auto-castriamo per paura del giudizio altrui. 

L'importante in questo caso è NON CANCELLARE NULLA di quel che scriviamo. Lasciamolo in fermentazione, dimentichiamocene. Ci saranno giorni in cui saremo più aperti (possibilmente inebriati) e in contatto con le nostre emozioni, e col passare del tempo magari ci sembreranno meno paurose e riusciremo a gestirle sul foglio.

Douglas Coupland: everywhere is anywhere is anything is everything (Vancouver Art Gallery)

Oltre alla distanza dal quadro, ognuno di noi "vive" l'esperienza della galleria d'arte in modo diverso. Questo ci rende osservatori unici, scrittori originali, persone inimitabili.

- Mi piazzo lì di fronte e inclino la testa da un lato, poi dall'altro, torno dritta, inclino di nuovo. Dopo mi guardo intorno per capire se sono l'unica che è affascinata da quell'opera oppure no, con una faccia da tontolotta che ha dimenticato gli occhiali a casa. 

- Guardo rapidamente i primi due-tre quadri, poi trovo un angoletto comodo, mi ci accuccio e ronfo.

E non dimentichiamo che la vista è solo uno dei cinque sensi:

- I quadri, mi piace guardarli ma soprattutto toccarli: io vorrei poter provare le stesse sensazioni del pittore, che con l'opera ha un rapporto fisico, non certo solo ottico. 

Ricapitolando:


- Avvicinati e allontanati dalla scena mentre scrivi.

- Registrati mentre leggi quel che hai scritto. Riascoltandoti saprai sentire il momento in cui è giusto separare i paragrafi (che non devono essere tutti uguali) e quando è il caso o meno di mettere i "lui disse" e "lei disse". 

- Fidati del tuo lettore, non temere il suo giudizio, non preoccuparti che sia troppo idiota per capire quel che stai cercando di trasmettere.

- Sii te stesso e lasciati andare, vivi la scena come ti senti. (Facile, no?)


14/10/15

Corso di scrittura - secondo giorno



Il secondo giorno del corso di scrittura con Betsy Warland comincia con un semplice saluto, un paio di battute e un veloce esercizio.

ESERCIZIO 5

Definire di nuovo la between-ness, stavolta tenendo conto anche di quel che han detto le altre partecipanti nel corso della prima giornata.

Scrivo di come mi abbia sorpreso il trovarmi in una stanza con persone disposte a condividere i loro dolori più intimi con delle sconosciute. Sembra terapia di gruppo più che corso di scrittura, ma presto cambierò idea, perché la giornata sarà intensa al punto da farci girare la testa verso metà pomeriggio. Scrivo anche di come oggi sia già in sé un between, di come tornerò a casa diversa da come sono arrivata.

A chi non sa proprio che scrivere, Betsy consiglia di scrivere qualcos'altro, senza mai smettere di scrivere. Così anche nel nostro esercizio quotidiano, se la penna non vuole cooperare è inutile forzarla, meglio passare ad altro, ma non rinunciare a scrivere.

ESERCIZIO 6

Betsy ci mostra un foglio bianco A4 e ci chiede di disegnare la mappa di un luogo pubblico che conosciamo bene. Deve essere una stanza (non un luogo all'aperto) e va disegnata vista dall'alto, includendo porte, finestre, e mobili. Può essere un bar, una chiesa, una biblioteca, un negozio, un centro sociale, o qualsiasi altro luogo, a patto che non ci siano posti numerati. Infine, dobbiamo segnare con una X la nostra posizione tipica nella stanza e la posizione delle altre eventuali persone presenti (il barman, o il prete, per esempio). 

NB: vi consiglio di fare l'esercizio prima di continuare a leggere, per non essere influenzati dalla spiegazione.

A seconda di dove vi siete disegnati, potete capire che tipo di scrittore siete e cosa vi serve per migliorarvi. 

ESEMPIO 1: in genere, gli scrittori di prosa sono cani.
Siedono nell'angolo, possibilmente in una nicchia protetta, con le spalle al muro. Amano essere in un punto da cui è possibile vedere tutto quel che succede, chi si alza e si siede, chi mangia e beve, chi entra ed esce. Molti amano ascoltare le conversazioni altrui senza essere costretti a partecipare, nascosti dietro un buon libro o davanti a una tazza di... tè. (Betsy ha detto "caffè", ma vi vedo già storcere il naso al pensiero della brodaglia americana che non si merita questo nome).

ESEMPIO 2: chi ha fatto un disegno molto simmetrico rischia di essere uno scrittore noioso. Bisogna stare attenti a non creare paragrafi e capitoli della stessa lunghezza, pagine che a prima vista sono tutte uguali. Per migliorare è necessario creare movimento e asimmetria, evitando di far addormentare il lettore.

ESEMPIO 3: l'istruzione accademica o giornalistica è difficile da sradicare. Chi vuole scrivere fiction deve tenerne conto, alzandosi dal posto in prima fila per esplorare altri punti di vista e acquistare una visuale più ampia.

ESEMPIO 4: i poeti di solito si collocano nella parte superiore sinistra del foglio. E in effetti le poesie sono scritte proprio in quella sezione. Per migliorare, il poeta deve uscire da quel quadrante. 

Come si fa a uscire dal proprio foglio?

Per "uscire dal suo foglio", Betsy ha deciso di non pubblicare il suo ultimo libro con una casa editrice (perché stanca delle condizioni contrattuali... sai che novità) ma di pubblicarlo a puntate mensili sul suo sito. Per ogni capitolo viene invitato un ospite diverso, che sceglie un estratto dal proprio repertorio da appaiare al testo, in base al contenuto o all'atmosfera che questo gli ispira. I commenti sono aperti e in questo modo il libro diventa ampiamente interattivo.

Per quanto mi riguarda, cane sono e cane rimango. Ho disegnato il mio locale preferito a Reggio Emilia e ho spiegato che lì mi sento a casa perché c'è buona musica e ogni mese c'è una nuova esposizione di quadri alle pareti, idea che stimola la mia creatività. So che i clienti non si ubriacheranno troppo, preferendo una partita a scacchi o un'animata discussione di politica o filosofia. Mi sento sicura, e mi piace sedermi nell'angolo in fondo con un buon libro, tenendo d'occhio il viavai. Al contrario, se vado in un posto nuovo, o se dormo in hotel, mi posiziono sempre il più vicina possibile alla porta, come se volessi essere pronta alla fuga. Per "uscire dal mio foglio", Betsy mi ha raccomandato di prestare attenzione alla mia posizione mentre scrivo, perché rispecchierà questo senso di sicurezza. Se non mi sento a mio agio con le mie parole, starò sul chi va là, di fianco alla porta; solo quando mi sentirò sicura e mi metterò a sedere nell'angolo, allora potrò vedere e descrivere la scena nel suo complesso. 

COMPITI A CASA


ferris bueller's day off
Una pazza giornata di vacanza (Ferris Bueller's day off)

Immaginatevi di guardare i quadri in una galleria d'arteDove vi posizionate? Come vi muovete? Cosa pensate? 
State sempre alla stessa distanza dalle opere? Passate in rassegna i quadri in ordine di esposizione o tornate sui vostri passi? 
Riflettete allo stesso modo su ogni quadro oppure alcuni catturano la vostra attenzione più di altri? 

Riuscite a indovinare come il vostro modo di visitare una galleria d'arte rispecchi la vostra scrittura?

Alla prossima settimana!



05/10/15

Corso di scrittura - primo giorno


La location è un Bed&Breakfast degno della copertina di una rivista d’arredi, sperso in un giardino ben curato di alberi da fiori e da frutto, nel cuore di Gibsons.

Casa mia è la stellina rossa, a un'ora di macchina da Gibsons, sulla Sunshine Coast. 
Per raggiungere la Sunshine Coast si prende il traghetto da Vancouver. 

Ci sediamo in circolo, su comode poltrone o sedie alte di legno scuro, in una taverna decorata di libri e arte aborigena. Siamo nove donne, quattro nonnine coi capelli di cotone, quattro un po' meno anziane, più l’insegnante, la scrittrice canadese Betsy Warland
Ci accoglie con un viso calmo e aperto, ma il suo corpo e qualcosa nel suo sguardo mostrano i segni di una donna che ha sofferto molto.
Mi accorgo di essere l’unica che non ha lasciato le scarpe di fianco alla porta d’ingresso. Ahimé, non riesco proprio a mettermi in testa questa usanza e ormai è troppo tardi per rimediare. Domani porterò le ciabatte, tanto anche le altre indossano vestiti comodi e nessuna mostra un filo di trucco. 

ESERCIZIO N.1

Betsy ci saluta e chiede di pensare a una parola che inizia con l’iniziale del nostro nome, e spiegare perché tale parola sia associata alla between-ness (su cui è centrato il corso, ma che ancora non ci ha spiegato). Ci chiede di scrivere un paio di righe su come questa parola descriva noi stesse e la nostra vita. 
Scelgo "LIMBO", e spiego che vivo in sospeso tra Italia e Canada, che sogno in inglese ma scrivo in italiano, in bilico tra passato e futuro.
Una delle nonnine, coi calzettoni di lana fatti a maglia e gli occhiali sulla punta del naso, racconta di come la sera prima abbia osservato la sua compagna, ubriaca e alcolizzata, e si sia sentita messa in disparte, al secondo posto dopo la bottiglia di scotch. Al suo fianco, sede la signora che è costretta a fare i conti con i dolori cronici della sua partner. Poi prende la parola quella che è costretta a vivere lontana dal figlio di sette anni, disabile, una situazione difficile da affrontare alla sua veneranda età di sessantotto anni. 

Mentre faccio i conti nella mia mente, mi assale un dubbio, che sarà confermato quando Betsy spiegherà che il corso, “Writing the between”, in origine si chiamava “Writing from the margins”, riferendosi a coloro che vivono ai margini della società. Spero che non mi emargineranno a causa della mia eterosessualità. Mi balena l’idea di fingermi gay, ma sono distratta da Betsy, che sta spiegando il prossimo esercizio.

ESERCIZIO N.2

Siamo invitate a scrivere una definizione di between-ness, secondo quel che è emerso dal primo esercizio.
Ne esce un’interessante riflessione su come il dubbio sia uno stato di coscienza utile a chi scrive, e Betsy cita una bellissima frase di Junot Diaz:



Si parla anche del fatto che, a detta degli esperti, il 90% dei romanzi ha un finale scadente o deludente. È molto difficile imparare a scrivere un finale corretto. Anche scegliere il finale di un romanzo è molto difficile, specialmente in un mondo come quello in cui viviamo, in cui si fa fatica a immaginarsi come andremo a finire.

ESERCIZIO N. 3

Abbiamo 15 minuti per scrivere come funziona la narrativa nella nostra famiglia d’origine. È lì che abbiamo imparato a raccontare storie, il nostro stile di scrittura deriva da quelle prime esperienze e tipicamente ogni famiglia ha dei ruoli che si ripetono. C’è lo storyteller, amante dell’arte oratoria e bravo a raccontare (sempre le stesse) storie, c’è l’editor, che controlla cosa e come viene detto in pubblico, c’è il silencer, in presenza del quale tutti stanno attenti a quel che dicono. Altri esempi di ruoli sono il go-between, cioè l’intermediario, colui che passa le informazioni in una sorta di telefono senza fili, e il joker, che butta sempre tutto sul ridere (sarei io). Mentre scriviamo, dobbiamo pensare anche al linguaggio non verbale, alla postura, ai gesti, ai suoni e alle “occhiate”. 
Confrontando le varie esperienze ci facciamo grasse risate; purtroppo è già ora di salutarci e Betsy ci dà i compiti per casa.

ESERCIZIO N.4

Quando andiamo a letto, dobbiamo portare con noi un oggetto a cui ci sentiamo attratte a livello energetico. (L’immagine del dildo aleggia nella stanza e nella risatina generale). Dobbiamo scegliere un oggetto che non sia ovvio, toccarlo, annusarlo, viverlo per cinque minuti. Poi dobbiamo lasciarlo ai piedi del letto e informare il nostro bed-mate (persona con cui condividiamo il letto) che appena sveglie dovremo scrivere indisturbate per cinque minuti, qualunque cosa ci venga in mente, in un flusso di coscienza.


Scelgo una zucca, grossa poco più di un’arancia, che ho comprato la settimana scorsa senza motivo, mentre facevo spesa. Quando l’ho vista, tra le grasse zucche accatastate in vista della festa di Halloween, mi è sembrata perfetta, così simmetrica e arancione e carina, e non ho resistito alla tentazione di prenderla. Non faccio spesso di queste cose e mi è sembrato il momento adatto per riflettere sul perché del mio gesto. Probabilmente la zucca è il simbolo dell’autunno, che non è di certo la mia stagione preferita perché piove e non è più estate. A me piace il caldo e il sole per cui forse la zucca ha lo scopo di ricordarmi che ci può essere bellezza e allegria anche in autunno. 

Il mattino dopo, Betsy ci vedrà molto di più in quel mio gesto, e mi consiglierà di scrivere degli eventi pseudo-traumatizzanti che mi sono capitati negli ultimi due mesi. Le dirò che ci ho già provato, in una mail a un’amica mai spedita, e in un post per il blog che non ho poi finito, e lei mi spiegherà che una storia non si scrive solo una volta, ma tante, aggiungendo strato su strato su strato fino a rivelarne ogni sfumatura. Le dirò che non sono ancora pronta a riderci su, anche se non si tratta di nulla di grave, e lei mi dirà che non va bene aspettare che qualcosa non faccia più male per metterlo nero su bianco. Dovrò uscire dal mio ruolo di joker e ammettere anche la parte dolorosa della storia. Solo così trasmetterò l'emozione nel suo complesso al lettore e avrò scritto qualcosa di valido. 

Ma sto anticipando troppo, e per ora vi lascio la parola, sperando che vorrete condividere le vostre impressioni.

01/10/15

Corso di scrittura con Betsy Warland

Questo weekend parteciperò a un corso di scrittura con Betsy Warland, una scrittrice canadese che parlerà di un tema di cui non avevo mai sentito parlare, "the between-ness". Credo se lo sia inventato lei e credo che si riferisca a "ciò che sta nel mezzo", ma queste sono solo supposizioni.

Il corso si chiama appunto "Writing the between" e quel poco che so l'ho trovato sul suo sito. Ecco come lo spiega Betsy Warland:

Nonostante il "between" sia qualcosa che si cerca spesso di evitare, gli scrittori di ogni genere sono costretti a fare i conti con varie forme di "between-ness". Potrebbe essere quella tra dubbio e certezza, tra diverse forme, generi, lingue, tempi, culture, razze, identità, forme d'arte, verità oppure falsità. 

Sembra quindi che si parlerà di quel che sta in mezzo alle parole scritte, quel che si può leggere tra le righe. Ne saprò di più la prossima settimana, quando vi scriverò quel che ho imparato.

Spero che valga la pena partecipare, sarà una faticaccia perché dovrò guidare più di un'ora per andare e tornare, su una strada con tanti tornanti che di sera è un po' spaventosa. Spero che valga anche i 150 dollari che è costato, per solo due ore Venerdì sera e dalle 10 alle 17 di Sabato.

Il programma dice solo che Venerdì faremo un pre-esercizio per capire bene i concetti che impareremo Sabato e per fare conoscenza tra di noi. So già per certo che saremo tutte donne, e visto che il corso si svolgerà a casa della scrittrice Kathryn Para, di cui ho parlato sul mio blog inglese l'anno scorso, non credo saremo più di dieci o dodici partecipanti in tutto. Probabilmente sarò almeno di trent'anni più giovane delle altre, ma ormai ci sono abituata. Del resto, quando si va a vivere in mezzo ai boschi con gli orsi, non ci si può aspettare di incontrare della gran gioventù. È già tanto che questo posto dimenticato da Dio pulluli di scrittrici, tanto da organizzare ogni anno il Festival of the Written Arts, a cui ho partecipato come volontaria quest'estate e che, chissà, magari un giorno mi vedrà sul palco come scrittrice pubblicata famosa in tutto il mondo.



Tornando coi piedi per terra, per il corso ho dovuto fare un bel po' di compiti a casa. Mi è stato chiesto di:

1) portare cinque/dieci pagine di un mio romanzo (pubblicato o meno) che mi provocano dubbi e curiosità in relazione alla "between-ness" della loro forma, contenuto, consistenza, stato di coscienza o completamento. 

NB: Non ho la minima idea di cosa ciò significhi! Ho scelto un capitolo di NTS in cui la protagonista è sospesa tra il mondo da cui viene e il nuovo mondo che è costretta a scoprire suo malgrado. Lo sto traducendo in inglese, sperando che vada bene.

2) portare le fotocopie di due pagine di un'opera pubblicata che evoca "between-ness" in un modo che mi intriga o mi ispira.

NB: Ho stampato un passaggio del libro che sto leggendo in questi giorni, "The woman who stole my life" di Marian Keyes, in cui la protagonista è indecisa tra tornare col marito o rischiare una scappatella col suo medico, recentemente divorziato. Non è alta letteratura, ma non mi sembrava il caso di andare sul difficile. Sarà già abbastanza complicato tenere il passo con le altre, madrelingua inglesi e con un'esperienza pluri-decennale di scrittura.

3) portare una copia di una pagina di un lavoro non letterario, che mi provoca una forte reazione ma che non è legato alla mia scrittura.

NB: Non ho idea di cosa si intenda per non letterario e non ho idea di cosa porterò... per ora l'unica idea che mi è venuta è il monologo finale del film Big Kahuna, un discorso motivazionale che avrò riletto o riascoltato cento volte negli ultimi dieci anni. Ogni suggerimento è ben accetto!

Arrivederci alla prossima settimana, quando saprò finalmente dirvi cosa sia questa "between-ness"!