28/11/14

Descrizioni che ci toccano

Scrivere le descrizioni è la mia spina nel fianco. Quando arriva il momento di spiegare la scena che vedo davanti ai miei occhi o nella mia mente... non so che dire, né come dirlo. I personaggi, poi, hanno tutti i capelli lisci o ricci e gli occhi azzurri o verdi. Anche sforzandomi, gli aggettivi che mi vengono in mente sono scontati, gli avverbi sono sempre troppi, e se cerco termini originali mi sembrano ridicoli.

Ecco un esempio:
I corti capelli castani (zero idee su come proseguire la frase), la lunga coda di cavallo (5 minuti di sguardo perso nel vuoto e bocca aperta) frusciava contro la sua schiena (rigolo di bava all'angolo della bocca) ben tornita (scuotimento del capo) nuda (ma è Dicembre!) contro la sua schiena… gobba
Così, una bella ragazza dai capelli corti è diventata un Quasimodo capellone.


La mia difficoltà nasce da una carenza di esercizio, non ho mai avuto bisogno di scrivere descrizioni finora. Durante la prima stesura del romanzo non mi è parso il caso di soffermarmi troppo su un paio di cosce affusolate o polpose o intrombonate, né di andare a controllare sul dizionario se intrombonate sia davvero una parola italiana. Però, in vista della revisione che si avvicina, è giunto il momento di affrontare queste lacune. Come? Allenandomi tutti i giorni. Sigh.

L'allenamento (colonna sonora: Rocky III)


Commentando il suo post L'insetto lettore, Helgaldo, autore del blog Da dove sto scrivendo mi ha consigliato: «…non provare a dire qualcosa di importante, di profondo, di unico, di strutturato, ma descrivere solo ciò che vedi. Ieri sera, per esempio, ero in stazione ed è passato un treno merci. Ho aperto il mio taccuino e ho scritto: vagoni di un treno merci sfilano lenti e indifferenti, possenti e freddi. Volontà di conquista dell’industria che muove se stessa lungo binari morti. Potevo anche evitare la seconda frase, bastava la prima e avanzava. Che volevo dire? Nulla. Quelle due righe non servono a un progetto, a un romanzo, alla parte pubblica della scrittura, ai follower. Però è una considerazione fresca, personale, legata a quell’attimo, ma è anche in una certa misura condivisibile con altri. Potrebbe entrare in uno scritto, oppure no. Non avrei comunque problemi a postarla così com’è, per qualcuno potrebbe essere interessante, richiamare alla mente le sue esperienze passate, per altri potrebbe non volere dire nulla. Annota da domani ciò che vedi, specie se viaggi, e riportalo senza pensare se sia utile. Scrivilo e basta.»

Detto fatto, ieri sono uscita in giardino e ho scritto:

« L'autunno lascia il posto all'inverno, le sedie da giardino hanno colori più spenti. L'aria fresca porta con sé poche gocce di pioggia che si posano sulle ultime foglie della liquidambra. Se non fosse per "Ore a Rovescio" non saprei nemmeno il nome di questa stupenda pianta che passa inosservata per undici mesi l'anno. Ne ha una anche lui, in giardino, dall'altra parte del mondo. Mi fa sentire a casa.
Levo gli auricolari e punto l'obiettivo del telefono sulle foglie rosso fuoco. Mi accorgo di avere compagnia. Curiosini e Cretinetti hanno interrotto il loro ruminare di umide foglie gialle per mettersi in posa e permettermi qualche foto artistica. Curiosini è cresciuto così tanto in questi mesi che tra poco non sarà più possibile riconoscerlo dalla madre, Cretinetti, che mi guarda sempre come se mi vedesse per la prima volta, con quel fare un po' allarmato di ogni madre premurosa. E dov'è finito RimBAMBIto? Eccolo lì, vicino al cancello. Dopo quella volta che l'ho chiuso dentro per sbaglio sta sempre in zona, è troppo piccolo per saltare la siepe come sua madre e suo fratello. Dico così anche se i piccoli cerbiatti sono due sorelle, in realtà. So che sono femmine perché altrimenti a quest'ora avrebbero messo le corna… proprio come i loro corrispettivi umani»




Mi sto allenando ogni giorno, scrivendo una descrizione sul momento e correggendola il giorno dopo. 

Come si corregge una descrizione? 


Leggendo si trovano descrizioni di ogni tipo, c'è chi preferisce i "mattoni" con descrizioni dettagliate fino alle doppie punte dei personaggi di passaggio, e chi invece si rifiuta di darci il minimo indizio, lasciando che la nostra immaginazione riempia gli spazi lasciati vuoti. Personalmente, mi piace lo stile "alla Rowling", la descrizione che c'è ma passa inosservata per quanto è ben inserita nella narrazione; pochi dettagli ma buoni, messi al punto giusto e solo se necessari. Purtroppo non ho i libri di Harry Potter in italiano a portata di mano, per cui citerò un esempio tratto da Due vite possono bastare (2013), uno dei romanzi dell'altra mia scrittrice preferita, Grazia Gironella.

«Lo sguardo gli scivolò sul seno che lei gli porgeva insieme al piatto, magnetico nella costrizione del maglioncino attillato. Una ciocca bionda gli balenò davanti, subito risistemata dalla mano curata di lei»

Questa mezza frase ci dice tutto quel che c'è da sapere. Lei è bionda, bella, provocante e sa di esserlo. Lui ne subisce il fascino. Sono a tavola e stanno per mangiare. Ai fini della narrazione, non importa cosa mangeranno, eppure questa mezza frase ci fa già capire che difficilmente la cena sarà a base di porchetta e ketchup.

Riassumendo, nello scrivere e correggere le mie descrizioni cercherò di usare:

- termini semplici, non aulici, adatti al genere che scrivo (narrativa contemporanea)
- frasi corte e specifiche, per focalizzare l'attenzione su un dettaglio che rimanga impresso ma lasciando spazio all'immaginazione
- figure retoriche potenti, che suscitino un'emozione (ne parlerò meglio in un post di Dicembre)
- espedienti sarcastici per divertire il lettore e alleggerire la narrazione, accellerandone il ritmo.

E a proposito di divertimento, vi lascio con qualche chicca del maestro del sarcasmo, Alessandro Cassano (La notte dei Truzzi, 2014):

«Ci venne incontro un uomo basso e tozzo. Dal colletto della camicia che gli stringeva la gola spuntava una testa calva, incredibilmente candida e rotonda. Rotonda, a dire il vero, era la sua intera figura, al punto da renderla simile a un grande uovo sodo. Un uovo di dinosauro, pensai. Lo sconosciuto abbracciò Noemi e le praticò una gastroscopia con la lingua»

«Il biondo Scaramuzzi, petto irsuto in fuori e ascella libera di uccidere»

«Ridemmo, ridemmo a crepapelle, soprattutto grazie a una canna di dimensioni siffrediane»

«Si somigliano tantissimo» commentò Cirami. «Vero» disse il Cubista. «Come i romanzi di Moccia»


L'angolo del follower



Che tipo di descrizioni vi piace leggere? Che caratteristiche hanno le descrizioni che scrivete? Sarebbe bello se voleste allenarvi con me e condividere nei commenti o sul vostro blog una descrizione della prima cosa che attira la vostra attenzione in questo momento.

23/11/14

La mia "esperienza" con la scrittura

Su Penna Blu è uscito un bel post in cui Daniele Imperi esplora la sua carriera di scrittore per trarre insegnamento dagli errori del passato. Accetto volentieri il suo invito a raccontare la mia "esperienza", anche se non ho ancora scritto abbastanza per poterla definire tale.




Il mio fetish per la parola scritta risale al mio quarto anno di vita, quando mia cugina Simona, che viveva nell'appartamento sopra al mio e andava già alle elementari, mi insegnò l'alfabeto. Invece di incollare le figurine sull'album di Holly Hobbie (nella foto) ne curavo maniacalmente le didascalie a colori. Quando poi mia cugina iniziò le superiori io mi innamorai perdutamente del suo dizionario di latino, lo soppesavo per ore, incantata da quelle fragili pagine guardiane del sapere. A furia di avermi tra i piedi, mia cugina diventò insegnante di scuola elementare, e fu circa in quel periodo che io comprai un quaderno a righe della Best Company e mi misi a scrivere (con la Papermate Replay) la storia della mia famiglia. Ho provato tante volte, negli anni, a scrivere quell'epopea, e chissà, magari un giorno ce la farò. Sarebbe stato bello averla finita in tempo per farla leggere alla nonna Valentina, alla quale andrà dedicato.

Al Liceo avevo quattro fisso in Latino e Matematica, ma l'Italiano e la Filosofia alzavano la media, permettendomi di svignarmela con un sei politico. Non avevo dubbi su ciò che volevo diventare, amavo Freud, Kant, Nietzsche, Platone, Galileo e scrivevo fiumi di diari segreti che mi avrebbero portata a scoprire una volta per tutte il segreto dell'esistenza. La tesi di Laurea in Psicologia arrivò senza bocciature né lode e il giorno dopo misi lo zaino in spalla e partii, senza sapere che non sarei mai più riuscita a tornare. L'amore per i viaggi e la musica grunge mi portarono presto a Londra, la città perfetta come base operativa per la conquista del mondo, e fu così che il mio nome cominciò a comparire su ricerche scientifiche in inglese e programmi di conferenze mediche in giro per l'Europa. Studiavo le droghe sintetiche, e con ciò non intendo dire che le testavo su di me, come tuttora credono i miei amici…
Invece di fare il dottorato mi spostai a lavorare in campo clinico, per poter toccare con mano le cause e gli effetti della dipendenza da sostanze, e mi specializzai in Doppia Diagnosi, scrivendo un'altra tesi, stavolta in inglese. Le storie che mi sono state raccontate per le strade di Camden sono un prezioso database a cui attingere per la mia scrittura e proverò sempre nostalgia e ammirazione per quelle vite vissute, spese, spremute fino al midollo, e spesso erroneamente giudicate sprecate.

Quando la vita vera venne a reclamarmi, riportandomi in Italia, ahimé, nessuno poteva assumermi, perché ero TROPPO SPECIALIZZATA. La crisi bastarda aveva già messo radici nel Bel Paese, ma dopo un periodo di volontariato in una favela brasiliana tornai ad apprezzare il cibo in tavola e i vetri alle finestre, e fu così che mi misi tranquilla a Reggio Emilia e mi reinventai educatrice. Lavorando con i bambini affetti da autismo, a scuola e nei campi estivi, arrivai a ideare e scrivere un training alle abilità sociali e alla comunicazione per bambini diversamente abili. Funzionò bene e mi dava molta soddisfazione, ma la vita vera, a dir la verità, mi stava ben stretta e le condizioni lavorative italiane per chi ha provato il modello anglosassone possono sembrare, ehm, antiquate. Così, quando mi dissero che gli psicologi avrebbero dovuto lasciare il posto di educatori a quelli con Laurea in scienze dell'educazione, o formazione primaria, o blablabla... avevo già lo zaino in spalla.

Per quattro anni girai come una trottola, lavorando dove capitava, mangiando quel che c'era, diventando quel che sono. Scrivevo ancora i miei diari segreti, poesie, testi di canzone, copioni per recite teatrali. Ma soprattutto vivevo e respiravo le diverse culture, le tradizioni, le credenze. Studiavo chi incontravo per la via, volevo sapere tutto di tutti, ero assetata di storie vere, assurde, tristi, le vittorie, le rinascite, gli abbandoni. Un giorno qualsiasi, in Cambogia, il mio corpo crollò, la vita di strada era stata devastante per la mia salute cachettica, e non mi ripresi più. Quel primo giorno di delirante malattia, sola in un tugurio da quattro dollari a notte, senza Internet né cibo, presi il mio piccolo netbook e scrissi Capitolo 1, senza pensarci, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Forse alcuni di voi sanno già che quel romanzo finì nel cassetto della vergogna, interrotto all'inizio del terzo atto per colpa dell'eroina (in tutti i sensi). Il mio errore era stato di non programmare la trama, lasciandomi trasportare da personaggi che si creavano man mano tra le mie dita. Sul momento però pensai che il problema fosse il genere che avevo scelto, e feci marcia indietro tornando alle origini, cioè la ricerca scientifica in inglese. 

Mi misi a leggere cinquanta manuali di scrittura, aprii il mio primo blog (ALL YOU CAN WRITE) e iniziai a scrivere un manuale di Psicologia basato sulla teoria dell'attaccamento. Dopo qualche mese scoprii con orrore che la mia teoria, derivata dall'osservazione empirica, era giusta. Non solo. Era anche già stata pubblicata, nel 2011, da un ricercatore dell'Università di Toronto. Magra consolazione sapere che avevo ragione… i miei sforzi non erano serviti a niente, ero pronta a gettare tutto nel camino. Poi la mia amica Elisa Borciani, scrittrice di fiction e copywriter, mi disse: «Perché non provi a rendere la tua idea in narrativa, e fai raccontare la tua idea ai personaggi?» Dovete sapere che da quando la conosco, l'Eli ha sempre avuto ragione, e per una volta ho deciso di darle retta. Così ho iniziato a scrivere il mio attuale romanzo, in italiano. E poi è arrivato il deagostibus. E poi? E poi siete arrivati voi, i miei nuovi compagni di viaggio. 

Buone parole a tutti!

16/11/14

Il destino del Grizzly - di Lisa Agosti



«Ti ho mai raccontato del mio incontro col Grizzly?» chiese il Frenchy nel suo inglese rotto, con quell'accento che mi suscitava un misto di sensualità e fastidio. Parlava senza distogliere lo sguardo dal mare: «Stavo scendendo dall'Akamina Peak, sulle montagne canadesi. Vedevo già i tetti del paesino a valle».

Il riflesso accecante lo costringeva a tenere gli occhi semichiusi, ma non possedeva occhiali da sole, così come non indossava scarpe. I lunghi capelli, schiariti dall'arsura, erano intrigati, con fili appiccicati alla fronte e al collo.

«Correvo e guardavo solo dove mettevo i piedi.»

Aveva molti nei sulle braccia e sul petto, mi ricordavano una costellazione complicata, mi suggerivano abbracci tra le onde sotto un cielo bucato di stelle.

«Quando è successo chiesi, allungandogli una Bohemia. Lo chiesi, anche se lo sapevo già, avrei potuto raccontarla io quella storia. Conoscevo i minimi dettagli di quel giorno, era uno dei suoi racconti di viaggio preferiti per i momenti di calura pomeridiana come questo, ma anche per le ore piccole, quando l'alcool perdeva la sua presa e la stanchezza lo attanagliava ma lui non voleva arrendersi alla brutalità del sonno. Era una di quelle persone che soffrono la vita ma non possono sopportare di sprecarne anche solo un minuto.

«Era il cinque Giugno di due anni fa, mamita, il giorno del mio ventunesimo compleanno». Il ricordo gli rubò un sorriso ad un lato della bocca, come un anziano che ripensa alle goliardate dei sedici anni e si stupisce di trarne ancora piacere. Era già vecchio, il Frenchy, nonostante quel viso da angelo monello e il corpo pulsante di chi passa tante ore sott'acqua. Asciugavo i bicchieri già asciutti e mi gustavo quel corpo dorato, le spalle magre ma dure, avrei voluto morderlo. Eppure non lo desideravo come compagno, la differenza d'età lo rendeva ai miei occhi un ragazzetto inesperto, nonostante lo vedessi spesso scomparire nella notte con qualche bella turista dagli occhi a cuore. Svuotata la foga dell'amore però, lui tornava sempre, per finire la notte con me, voleva che lo addormentassi sussurrando le nenie messicane che già avevo cantato ai miei figli. Spingeva la faccia nei miei riccioli crespi, a volte piangeva. Mi diceva che a otto anni gli si era rotta la vita, mi guardava come se io potessi dirgli perché.

«Avevo festeggiato tutta la notte, correvo per sudare via la sbornia e la marijuana. Il sentiero svoltò e me lo trovai di fronte. Le mie gambe si fermarono così di colpo che quasi gli caddi addosso. Eravamo lì, soli, il Grizzly ed io, talmente vicini che ne vedevo gli artigli incrostati di terra.»

Si era raddrizzato sullo sgabello, appoggiando i gomiti sul bancone di legno e tenendosi le tempie. Gli sorrisi, aspettando zitta, non gli piaceva essere interrotto. Gli dava fastidio perfino se arrivava qualche gringo a ordinare un'amaca o un mezcal.

«Iniziai a indietreggiare lentamente con lo sguardo a terra, come avevo sentito dire al bar, dove ogni sera si raccontava la leggenda del terribile orso Grizzly, e dello storpio scimunito che gli era sopravvissuto ma non era più tornato in sé. Ogni giorno in paese giungevano turisti da ogni parte, con i loro obiettivi telescopici e il sogno di spiare l'elusiva bestia, mentre io invece me ne stavo lì a contargli i peli nel naso.»

«E poi cosa accadde?» chiesi come da copione.

«E poi mi uccise.»

Alzai un sopracciglio. Il Frenchy scosse la testa, incredulo, fissando quello sguardo da condannato sulla mia bocca ignorante di chi vive nell'illusione del lieto fine.

«Non avrebbe voluto, mamita. Si capiva che avrebbe preferito girarsi e andarsene. Ma non poteva. Sarebbero venuti altri, e tanti, e coi fucili. Ognuno ha il suo destino, mamita. Pure il Grizzly.» 

Il pensiero sembrava rattristarlo. Si girò verso la spiaggia, dove i miei figli nudi si stavano rincorrendo ridendo. C'è chi traduce i sogni in realtà. Lui traduceva la realtà in sogni.

10/11/14

Personaggi ribelli

Da quando la Musa è rimasta incastrata nella rete di recinzione del mio giardino, circa un mese fa, ho scritto come un'ossessa e sono arrivata a metà della prima stesura del mio romanzo.
Sono contenta del progresso della storia ma anche molto preoccupata, perché i personaggi stanno prendendo una brutta piega. Questo è proprio ciò che mi ha bloccato nel primo romanzo che avevo tentato di scrivere. La protagonista per la quale avevo preparato un finale allegro e coi fuochi d'artificio ha iniziato a drogarsi, poi a prostituirsi, e poi è morta, sola e abbandonata, all'inizio del terzo atto. E non c'è stato verso di tornare indietro e farle cambiare idea, lei era così, una tossica irrecuperabile. Non avrei potuto snaturarla, l'ho dovuta lasciare morire. Ma non voglio che succeda un'altra volta, i miei personaggi stavolta dovranno vedere il bicchiere mezzo pieno e riuscire a superare le avversità. 
Forse la stagione delle pioggie non mi ha aiutato a pensare positivo, e il fatto di vivere rinchiusa, in penombra e al silenzio ha la sua parte di colpa. Per fortuna ieri mattina si è spento il rubinetto del cielo ed è arrivato l'inverno, che da queste parti significa tanto sole e un po' più freddo (6-9 gradi).





Strizzando gli occhi nel rivedere la luce dopo tanto tempo, sono andata giù alla spiaggia e appena ho visto l'oceano mi sono sentita più ottimista. Ho ringraziato la mia buona sorte e fatto il punto della situazione. Finora ho scritto lasciando fluire i pensieri e le idee, permettendo ai miei personaggi di mostrarsi per quelli che erano veramente, senza preoccuparmi delle boiate incredibili che troverò in sede di revisione. Ho combattuto la tentazione di fermarmi e tornare indietro a correggermi, fidandomi della scaletta che avevo preparato. Ora però sono arrivata a un punto in cui la storia non vuole andare né avanti né indietro, i personaggi parlano molto, si muovono poco, è come se non sapessero che direzione prendere. Credo di aver raggiunto un nodo cruciale della prima stesura: i personaggi sono definiti, sono in scena. C'è stato il patatrak, i personaggi l'hanno affrontato. Ma la vita non può tornare a quella di prima, qualcosa si è rotto e il percorso è deviato irrimediabilmente. Il vero ostacolo è dentro di loro, e per realizzarsi devono affrontare le loro paure diventando persone più mature.
Sento che i personaggi vorrebbero prendere decisioni che non condivido, e per me è difficile lasciarli liberi di esprimersi. Vorrei che la pensassero tutti come me. Specialmente nei dialoghi, sono sempre io che parlo, facendogli dire cose che forse non credono. E questo non va bene. D'altra parte, però, se lascio i personaggi liberi di esprimersi, potrebbero finire fuori percorso, allontanandosi troppo dall'idea di finale che ho in mente per loro, o finendo dissanguati nel fosso come la mia prima eroina.


Il consiglio dell'esperto


Per aiutarmi terrò a mente le parole di Anne Lamott in Bird by Bird: (la traduzione non è letterale e il concetto qui riassunto si trova nel capitolo intitolato The Moral Point of View)

Se ti capita di non finire le storie che scrivi perché a un certo punto perdi interesse o fiducia, forse è perché non trattano di qualcosa in cui credi appassionatamente. Devi mettere te stesso al centro del racconto, e quello che tu stesso credi essere vero e giusto. Quando cominci a scrivere vorresti riempire le pagine di arguzie e intuizioni brillanti cosicché il mondo possa vedere quanto sei intelligente e unicamente sensibile. Devi credere nella tua posizione, o nulla guiderà la tua scrittura. Se non credi in ciò che dici, non ha senso dirlo. Per essere un bravo scrittore non solo devi scrivere tanto, ma deve importarti. Scrivendo sempre, giorno dopo giorno, finisci per volere che i tuoi personaggi mettano in atto il dramma dell'umanità, l'infinitamente complessa realtà del dolore che riguarda ogni essere umano. Anche se non sei filosofo, ogni scrittore cerca sempre di essere parte della soluzione, di condividere quel poco che ha capito della vita con gli altri.

Mia cara Anne, ad essere sincera io non ho capito un bel niente della vita e non mi reputo di certo all'altezza di insegnarlo agli altri. Sarebbe come chiedere di fare l'insegnante di nuoto a una persona che sa stare a malapena a galla. Mi chiedo se sia per questo che i miei personaggi non sanno che direzione prendere, se ne restano nel limbo dell'indecisione senza volersi prendere la responsabilità delle loro azioni. La seconda parte della trama che avevo scalettato adesso mi sembra arida, scontata. Dici che devo scrivere di ciò in cui credo veramente. Sono convinta di poche cose, ma credo davvero che ognuno di noi dovrebbe vivere la vita che fa per sé, e fanculo il resto. Quando mi offrirono di fare il dottorato di ricerca a Londra, dissi che dovevo tornare in Italia, i miei cari mi aspettavano. Il mio capo disse che ciò che facciamo per gli altri, malvolentieri, finiremo per rinfacciarglielo un giorno. Quanto aveva ragione… non ho fatto il dottorato, ma non sono nemmeno tornata. Ed era la decisione giusta per me. Chi ci ama è contento di saperci contenti (a parte mia madre, che sarebbe contenta solo se la facessi nonna!)
Come posso trasmettere questa mia convinzione attraverso il mio romanzo? L'unica risposta che mi viene in mente è di lasciare che i miei personaggi vadano dove gli pare, dimenticando la scaletta e rischiando che prendano decisioni sbagliate.


L'angolo del follower


Secondo voi devo dar retta alla scaletta o ai personaggi? A voi è capitato di rimanere impantanati a metà romanzo? Perché? E come ne siete usciti? I vostri consigli sono sempre ben graditi, e anche le critiche costruttive fan più bene che male.

03/11/14

I neologismi? Sono il new trip, beibi!

Un mesetto fa Chiara Solerio ha parlato dei neologismi sul suo blog Appunti a MargineI commenti di alcuni dei suoi followers mi hanno acceso come un cerino gettato in un falò. Proprio in quei giorni stavo scrivendo un post sullo stesso argomento ma decisi di lasciar passare un po' di tempo, per riflettere con calma e poter spiegare il mio punto di vista con toni pacati anziché rispondere sul momento, sbranando il computer e sputando sentenze.

Perchè nascono i neologismi


I neologismi nascono dalla necessità di esprimere qualcosa che fino a quel momento non esisteva (WI-FI), qualcosa che esisteva già altrove (happy hour), o qualcosa che si è evoluto (la telenovela rimpiazzata dalla soap opera). I neologismi nascono ogni giorno dai bisogni della vita comune, dal confronto tra culture, dall'evoluzione delle mode e delle tecnologie. 
I neologismi li inventiamo noi, tra amici, al lavoro, in viaggio. Li creiamo, li esportiamo, li alimentiamo ripetendoli, li uccidiamo tacendoli. 

Personalmente, io amo le parole. Mi sforzo di imparare le lingue, mi piacciono i giochi di parole, i suoni delle lettere. Invento nomignoli privati per le persone che mi sono care (chiamo mio padre Pipu), esporto proverbi e modi di dire italiani (qui ormai è di moda dire "I know my chickens"), il mio parlato è un cocktail di Spanglish e Itañol ("give me a snackino, nada mas").

Per il matrimonio del mio migliore amico ho scritto una favola da regalare a lui e alla moglie. Nel mondo fantastico dove si svolge la storia ci sono un sacco di impenzioni, come le patanzine (patate miste a melanzane e zucchine) e i goccioli (gocce a forma di bocciolo). C'è la pascaldella col fondo tripratile che cuoce senza fuoco e perfino i guantibili, gli intoccabili guanti invisibili.

Una sera, tra amici, abbiamo giocato a Scarabeo con una regola speciale: le parole sul tabellone dovevano essere inventate sul momento, il giocatore di turno doveva spiegarle agli altri convincendoli che i termini di fantasia fossero adatti alla loro definizione. È un buon modo per allenare l'immaginazione e farsi due grasse risate, o anche per permettere di partecipare a qualcuno che non conosce ancora bene l'italiano.






Provate a indovinare il significato di queste... passurdole









Purtroppo c'è anche l'altro lato della medaglia, quando mischio le lingue inavvertitamente e ne escono frasi imbarazzanti: 
"Hai preteso di non vedermi!"
"Ma no, è stato un misinteso..."

Il post di Chiara


Chiara dice di aver studiato i neologismi nati negli ultimi anni per inserirli nel suo romanzo che si svolge in tre diverse epoche, non molto lontane tra loro. Giustamente, non vuole rischiare di usare certi termini che ancora non esistevano o che non andavano di moda come oggi. Nel 2000 non c'erano né i leggings né i selfie fatti con lo smartphone. I colpi di luce non si chiamavano più meches ma non ancora shatush. Così come negli anni '80 c'erano i paninari con le Timberland e il Mont Claire, negli anni '90  ci si divideva tra fighetti e sfattoni, poi col "Grande Fratello" sono arrivati i tamarri e non s'è salvato più nessuno.

I commenti sul blog di Chiara hanno diviso i partecipanti tra coloro che aborrano i neologismi, coloro che ne sono spaventati e coloro che li sopportano più o meno bene. Ecco alcuni estratti della discussione:

Io, se avessi scritto un post del genere, sarei stata ancora più cattiva di te, nel senso che avrei messo in evidenza la mia avversione profonda per tutto ciò che riguarda i cosiddetti neologismi di epoca moderna. Partendo dal fatto che io non amo molto la tecnologia e che sono un affezionata di tutto ciò che è "vecchio stampo", parole come tag, smartphone, photoshoppare, etc, mi fanno venire il voltastomaco, le dita si ritirano e non vogliono scrivere. Che lingua è? Un misto tra inglese ed italiano, immagino, il che non mi piace per niente. Certo è pur vero che bisogna mantenersi al passo con i tempi altrimenti non ci si evolve.

- Non mi piace usare parole mutuate dall'inglese solo perché "fa figo" quando c'è un termine perfettamente equivalente in italiano. E la cosa che mi infastidisce di più e che molte delle persone che lo fanno non sanno parlare inglese.
…  mi dispiace vederle mescolate così, senza troppa cognizione di causa. Mi piacerebbe di più se ognuna mantenesse la propria identità... ma è anche vero che le lingue si evolvono e che non si può arrestare il corso degli eventi.

- In molti scrittori trovo un atteggiamento di questo tipo, forse dipendente da una sorta di insicurezza intellettuale. Storcono il naso davanti a certe parole e ne preferiscono altre sicuramente più sofisticate ma meno esplicative. A mio avviso esistono parole che è quasi impossibile tradurre. Computer, ad esempio: vogliamo fare come i francesi che lo chiamano "ordinateur"?

- Non sono un purista della lingua, ma credo che espressioni straniere e neologismi si accomodino troppo spesso sulle poltrone lasciate libere dai nostri vuoti lessicali.

- Secondo me ci sono delle parole che, per senso comune, "sentiamo" più utilizzabili di altre.
Io non userei mai aperisushi (che madonna è?) ma apericena sì, perché è diffuso su ogni strato sociale e regionale.

- E' vero che usiamo termini inglesi anche dove non servono, ma non mi piace vedere la lingua come qualcosa da mettere in una teca, imbalsamata per l'eternità. Se il termine inglese è molto diffuso, di solito non mi disturba sentirlo usare, né usarlo.



Il mio punto di vista


Alcuni dei termini che Chiara cita tra i neologismi suonano alle mie orecchie come parole comuni: stalker, happy hour, sfigato.

Altri termini non li ho mai sentiti nominare: aperisushi, aperidog, apericena.

Ci sono neologismi che non mi convincono: selfie, googlare, grillini (a Reggio Emilia grillo=pene). Anche i jeggings (leggings di jeans) mi fanno un po' ridere.

Ci sono termini che sono stati neologismi e che usiamo ogni giorno: web, Internet, mouse, gay, sit-com, chapeau, touché, bancomat, check in, gate, check up, lit-blog, cocktail, paella, ratatouille (e mille altre ricette regionali, drinks e desserts). Pensate a che figura idiota farebbero oggi quelli che negli anni '60 si rifiutavano di accettare il termine hippie.

Lo stesso vale per gli acronimi: AUSL, RSVPSCI-FI, POS. Queste sigle un tempo erano spaventose come oggi lo sono ASAP (as soon as possible), FYI (for your information) e BFF (best friends forever). 
Se i neologismi vi danno il volta stomaco, siate coerenti e smettete di usare il 3G
A chi ha scritto che non vuole usare il termine inglese se esiste il corrispondente in italiano voglio chiedere: tu quando vai a una visita medica ti rifiuti di pagare il ticket?
Usare neologismi non "fa figo"? Non mi risulta che "fa figo" sia sul dizionario. Inoltre, dire "fa figo" non "fa figo".

Ognuno di noi parla in modo diverso e si esprime come preferisce. Quando lavoravo al ristorante a Melbourne e mi chiedevano un OJ perché erano troppo pigri per dire "Orange Juice" volevo sputargli nel bicchiere. Abbiamo il diritto alle nostre preferenze, e rispetto i puristi se si tratta della lingua SCRITTA. Se volete scrivere poesia o usare la scrittura come esercizio di stile, usate pure il dizionario di cento anni fa se vi garba. Però, per quanto riguarda la vita di tutti i giorni, guardiamoci intorno: con chi parleremo tra dieci anni se non ci sforziamo di stare al passo coi tempi? Non potremo confrontarci con i nostri vicini, che oggi sanno tre parole d'italiano perché sono appena arrivati e non conoscono nulla della nostra cultura e delle nostre tradizioni. Non potremo divertirci con i giovani, perché non capiremo il linguaggio informatico che per i bambini è così ovvio e che per la maggior parte degli adulti è un mistero. Basta pensare a quanti di noi scendono a compromessi con Blogger e Wordpress perché non riusciamo a spaziare i paragrafi come ci pare. Non riusciremo a spiegarci quando saremo in viaggio, non capiremo le sigle europee e internazionali usate per strada o nei campeggi.

I neologismi li creiamo noi, alcuni sono buffi, brutti o passeggeri, altri resteranno nel linguaggio delle generazioni future. Lasciamo il perfezionismo nel suo mondo perfetto e divertiamoci invece a manipolare le parole a nostro uso e consumo. Cosa ne pensate?

01/11/14

5 ANNI senza ALDA MERINI


In occasione del quinto anniversario della morte di Alda Merini, meravigliosa donna poetessa di Milano, vorrei condividere con voi alcune sue frasi che sento particolarmente vicine alla mia vita e alla mia esperienza con la scrittura.






Il poeta non dorme mai 
ma in compenso 
muore spesso








- Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio

- Ho il colon ustionato di versi

- Ci sono adolescenze che si innescano a novanta anni

- E' una vita che cerco riparo dalla santità

- Il vero amore non ha peli

- Il peccato mi fa riposare

- E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali

- Ogni alba ha i suoi dubbi

- Se Dio mi assolve, lo fa sempre per insufficienza di prove

- Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri

- Quando scrivo chino il capo nella polvere e anelo il vento, il sole, e la mia pelle di donna contro la pelle di un uomo

- Io la vita l'ho goduta perché mi piace anche l'inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l'ho pagata cara


- Non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti
Di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori, detti pensieri,
di rose, dette presenze,
di sogni, che abitino gli alberi,
di canzoni che faccian danzar le statue,
di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti...
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia le pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

- Le mosche non riposano mai perché la merda è davvero tanta